lunedì 26 agosto 2013

Sul tempo, stress e nevrosi.

Siamo abituati a considerare il tempo come un contenitore, una sorta di scatola in cui collocare più cose possibili. Consideriamo altresì la nostra vita come se fosse realmente scandita da un tempo lineare, divisibile meccanicamente in anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi...



Tutto ciò è un falso, meglio, una convenzione.

Scambiare questa convenzione per qualcosa di realmente esistente è fonte di accumulo di stress e nevrosi.

Già Agostino d'Ippona, nel mirabile undicesimo libro de “Le confessioni” sconfessa la visione lineare e meccanica del tempo: “Tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente ed il presente del futuro”. E rispetto alla misura del tempo: “ Cosa misuro infatti se dico: questo tempo è più lungo di quello?... non misuro il futuro, che non esiste ancora, non misuro il presente, che non ha estensione, non misuro il passato, che ormai non esiste più.” Agostino conclude che le misura del tempo è nell'anima (oggi forse diremmo nella mente) e che il vero tempo, l'eternità, appartiene solo a Dio.

Immanuel Kant 13 secoli dopo definisce il tempo come uno schema da noi utilizzato per collocare, ricostruire ed elaborare mentalmente immagini e concetti. Tutta l'attività mentale per Kant è scandita dal tempo, che lungi dal costituire una realtà esterna da cogliere attraverso i sensi, è uno schema presente a priori dentro di noi.

Arriviamo al secolo scorso per incontrare la ricerca sui ritmi circadiani, ed anche qui viene confermato che il tempo non è altro che una sorta di senso interno, scandito da alcuni attivatori biologici.

Quindi il tempo non esiste come oggetto dell'esperienza, siamo noi a costruire il tempo perchè abbiamo bisogno di collocare i mutamenti della natura ed i mutamenti del nostro corpo in una progressione che ci piace immaginare lineare e ripetitiva.



Negli anni '60 era di moda regalare un orologio per la prima comunione. Era una sorta di ammissione nel mondo degli adulti. Il piacere di ricevere un oggetto bello, all'epoca costoso, simbolo dell'ingresso in punta di piedi in un mondo adulto, lasciava ben presto spazio alla puzza di bruciato, all'idea di aver preso una fregatura. In realtà, con l'orologio, si veniva ammessi in un infernale mondo dove vige la schiavitù. Ogni istante della propria vita iniziava ad essere scandito, obbligato.

Noi baby boomers eravamo fortunati, non avevamo centri estivi dove venivamo raccolti come profughi quando i genitori non sapevano cosa fare di noi perchè era estate e le scuole chiudevano, la giornata estiva era un fluire naturale scandito dall'organizzazione dei nostri giochi, interrotta solo dalla necessità, fisiologica, della colazione, del pranzo, della merenda, della cena, del riposo notturno. Per il resto davamo forma al nostro tempo con la fantasia, che ci faceva diventare di volta in volta corridori del giro d'Italia, calciatori famosi, guardie o ladri, corridori automobilistici.

Il tutto mentre imparavamo dall'esperienza a stabilire e regolare le relazioni all'interno del gruppo, imparavamo la dominanza/sottomissione, il potere, la compassione, l'empatia, spontaneamente crescevamo secondo il nostro tempo interno.

Così nelle altre stagioni l'unico tempo meccanico era la campanella della scuola che suonava 4 volte: entrata, ricreazione, fine ricreazione, uscita... una dose di schiavitù tollerabile, perchè poi potevamo rientrare nel fluire del tempo personale/interpersonale... L'altra forma odierna di schiavitù, il tempo televisivo, era la TV dei ragazzi dalle 17 alle 18, il film del lunedi sera, un cartoon Disney a Natale.

Il tutto comunque era molto dimensionato e tollerabile, non avevamo scuole a tempo pieno, palestre, piscine, danza, inglese, chitarra e cinese, pene attualmente comminate ai bambini responsabili di avere dei genitori schiavi del tempo meccanico ed illusorio.

Siamo disabituati a percepire sia cambiamenti della natura che i cambiamenti del corpo... non vediamo il tempo, ma potremmo vedere dei cambiamenti... il nostro corpo non ha le stesse esigenze nelle 24 ore ma non siamo abituati ad ascoltarlo ed accondiscendere: la mattina siamo più pronti per le attività mentali, poi verso le 12 abbiamo bisogno di riposo perchè c'è un calo fisiologico, per poi riprenderci nel pomeriggio dove vanno privilegiate attività fisiche e di movimento, per poi far calare la sera con tranquillità, con un progressivo ritiro che ci conduca alla frenata graduale, unica garanzia di un sonno facile e ristoratore.

La mattina poi il nostro corpo non vuole un risveglio frenetico, ma un progressivo addentrarci nel vivo della giornata.

In tutto questo, il tempo del cibo dovrebbe essere esteso, metodico e sociale: “slow food for ever”!

Ma tutti gli impegni??? Come si fa, queste son belle parole, ma bisogna lavorare, pulire casa, badare ai figli... la sequela nevrotica incombe e preme, mentre ci dimentichiamo del nostro corpo dei ritmi che detta, ci dimentichiamo della natura e delle stagioni, che a loro volta dettano al nostro corpo dei ritmi diversi secondo la temperatura e la quantità di luce solare.

Ascoltare il proprio corpo, capire i ritmi ed assecondarli, potrebbe essere l'inizio di una piccola/grande rivoluzione, un primo rifiuto della schiavitù indotta dal falso tempo meccanico, che diventa un contenitore che vogliamo riempire sempre di più.

Non ascoltare il corpo e non accompagnarlo nei suoi ritmi necessari, non seguire la scansione di un tempo interno e soggettivo comporta un grave accumulo di distress, legato a sua volta ad una maggiore incidenza di malattie cardiocircolatorie, gastrointestinali e malattie mediate dal malfunzionamento del sistema immunitario, tra cui il cancro.

Seguire l'illusione di un tempo meccanico e lineare da riempire di cose è frutto di un'interpretazione nevrotica ella realtà, alla base della quale, per lo più si trovano stati ansiosi e depressivi, ed il conseguente tentativo di riempire il tempo in maniera onnipotente per non “ascoltare” sentimenti ed emozioni che ci mettono in difficoltà e non ci riconosciamo volentieri.

Qual' è la cura?
  • Pensiamo sempre al tempo per quello che è, non come un dato di fatto ma una mera convenzione, utile se dobbiamo andare al cinema, in vacanza, giocare a calcetto o svolgere un lavoro in compagnia di altre persone. Il tempo serve per concordare dei momenti condivisi. Non di più!
  • Oggi possiamo combattere la schiavitù del tempo televisivo attraverso il Web e la TV on demand, strumenti irrinunciabili, possiamo scegliere i momenti della giornata in cui lavorare o intrattenerci, ed il tutto compatibile con i tempi del corpo: è noto che si deve evitare attività al computer o programmi televisivi eccitanti prima di andare a dormire, quindi via PC, MAC e TV dalla camera da letto.
  • Impariamo ad ascoltare, tollerare ed assecondare il nostro corpo, ci accorgeremo che in alcuni momenti della giornata avremo voglia di pensare, studiare, organizzare, in altri avremo voglia di muoverci, in altri avremo necessità di mangiare, di riposare, di incontrare gli amici e le persone care. Ricordiamoci che non si tratta di capricci da superare, ma di vere e proprie necessità: se la vogliamo mettere su un piano unicamente materialistico perdiamo più vita e soldi in trattamenti sanitari di quelli che pensiamo di guadagnare violentando le esigenze fondamentali.
  • Impariamo ad ascoltare, tollerare ed assecondare la nostra mente, riconoscendole il diritto a diversi stati d'animo, ad un tempo interno ricco e vario, che dovrebbe venire primo in grado rispetto agli impegni esterni, ed alla paura di guardarci dentro e riconoscerci per quelli che siamo. Anche in questo caso coltivare la propria nevrosi è molto costoso anche sul piano materiale, in termini di vita e risorse sprecate.
  • Introduciamo sistematicamente metodiche di rilassamento profondo e meditazione, imparandole da professionisti esperti, che possono aiutarci a recuperare l'ascolto di corpo e mente.
  • Se nulla di tutto ciò funziona non trasciniamo la nostra vita in condizione di schiavitù e rivolgiamoci ad un professionista, possibilmente che non sia a sua volta uno schiavo, che possa aiutarci a spezzare le catene.
  • Consideriamo sempre che la vita è un bene che abbiamo ricevuto e che un giorno dovremo restituire, quindi sarebbe cosa buona restituire il bene ricevuto in buone condizioni e possibilmente accresciuto e migliorato, ciò potrà avvenire solo se saremo stati capaci di “mantenere” bene noi stessi per poter lasciare un segno positivo di noi nelle persone e in quello che, seguendo la freccia del tempo e la seconda legge della termodinamica, ci ostiniamo a chiamare “futuro”.

domenica 20 gennaio 2013

Vivere in tempi di crisi, istruzioni per l'uso: A Psychological Survival Kit

“O tempora o mores”. Ogni era ha la sua morale, e le sue psicopatologie!

Esistono delle psicopatologie che nel tempo si ripetono uguali a se stesse, ma vengono considerate diversamente dal contesto storico culturale.

La figura di Ildegarda di Bingen, affascinante badessa mistica del XII secolo, visionaria, taumaturga, medico, filosofo, predicatrice, badessa, ai tempi di Freud sarebbe stata un'isterica, oggi sarebbe stata una persona avviata ad una carriera neuropsichiatrica. A causa dei disturbi neurologici, delle visioni e delle sue elaborazioni mistiche sarebbe stata imbottita di antipsicotici atipici, stabilizzatori dell'umore e si sarebbe fatta qualche ricovero in clinica o in trattamento sanitario obbligatorio.


I tempi ed i costumi oltre ad accogliere in maniera diversa le manifestazioni dell'animo umano e contribuiscono a creare delle forme specifiche con cui le persone esprimono il loro star male.

La repressione sessuale condizionò i fenomeni che poi vennero denominati “isteria”, a partire dalla quale Freud ideò il pensiero psicoanalitico. Oggi l'isteria sembra quasi scomparsa o mimetizzata all'interno di altre psicopatologie.

A partire dagli anni 70', nell'epoca del relativismo morale e dell'individualismo, della perdita delle reti supportive sociali e familiari, si sono mostrati in aumento esponenziale i cosiddetti disturbi narcisistici, legati ad una fondamentale fragilità dell'animo unita ad una particolare sensibilità per come si viene visti dagli altri, vissuti come sempre più distanti e persecutori piuttosto che supportivi.

Vediamo come la profonda crisi economica che sta attraversando tutte le civiltà occidentali, influenzano l'espressione dell'ansia e della depressione.

Fino ad oggi tutti credevano nel progresso e non vi erano dubbi che le generazioni successive avrebbero potuto vivere meglio delle precedenti.

L'uscita dall'orrore delle guerre mondiali, il miglioramento delle condizioni di vita che ebbe un picco positivo nel secondo dopoguerra del '900 (del quale i “baby boomers” , le persone nate tra il 1950 ed il 1968, sono un prodotto) la rivoluzione (culturale e dei costumi più che politica) del '68 hanno creato una generale fiducia nel “progresso”, nel miglioramento a tutti i costi.

In questi periodi in cui l'economia recede le persone si trovano di fronte ad importanti disillusioni, a configurazioni sociali date per acquisite e scontate, che invece sembrano crollare.

Il prezzo è il disorientamento, la perdita dei sogni, l'ansia, la depressione.

Le patologie di tipo ansioso sono in grande aumento ma il vero male epidemico è quello costituito dalle varie forme di dipendenza, strettamente collegate alle prime.

La dipendenza è un tentativo di autocura delle patologie ansiose perchè le dipendenze consentono di regolare in maniera immediata l'iperattivazione ansiosa ed i picchi depressivi.

Dall'uso di droghe, epidemico a partire dagli anni '70 del secolo scorso e non in regressione, le dipendenze si sono estese a diverse aree come il comportamento alimentare, gli affetti, lo shopping, internet e l'uso compulsivo di tutti i “technological devices”.

L'alcool rimane una dipendenza antica e mai debellata, il tabagismo è passato da un modello da emulare (chi non ricorda Huphrey Bogart in Casablanca che da l'addio alla sua bella fumando come un turco) alla più grave e dannosa , in termini di costo sanitario e mortalità, delle dipendenze.

Occorre un kit psicologico, una valigetta degli attrezzi per poter vivere in un mondo che cambia, anche più rapidamente di quanto possiamo immaginare, un kit composto da 15 antidoti che costituisca un'importante prevenzione per le ansie generate dal contesto sociale che viviamo.

E' importante cambiare mentalità e non essere investiti dalle folate di vento di disillusione, di ansia per il futuro. Vivrà meglio chi capirà prima e sarà in grado di disporsi al cambiamento.

Saranno inevitabili alcune generalizzazioni e semplificazioni che mi perdonerete.

1. Il primo antidoto che tiriamo fuori dalla valigetta si chiama “Decrescita”. Per la definizione e la storia vi rimando a Wikipedia. In estrema sintesi, il pianeta non può sopportare il modello di sviluppo dominante dall'ultimo dopoguerra in poi.

Se in termini generali possiamo anche essere convinti dell'opportunità di rivedere il ciclo produzione-consumi, nel particolare delle vite di tutti noi tutto ciò implicherebbe assumere dei comportamenti che implicherebbero cambiamenti importanti e difficili da digerire: per vivere in maniera coerente alla decrescita è necessario quindi un vero e proprio lavoro di ridefinizione psicologica delle nostre abitudini.



2 Ciò che la “Decrescita” rappresenta a livello globale il “Downshifitng” declina a livello personale, nelle nostre vite di tutti i giorni. Anche qui per la definizione rimando a Wikipedia ed alle varie pubblicazioni sul tema. La scelta della semplicità volontaria nasce da professionisti e dirigenti che decidono di impiegare diversamente il proprio tempo, vivendo in maniera frugale e risparmiando così risorse da dedicare alla famiglia, agli affetti, al volontariato, alla coltivazione di sé.

I più giovani in attesa di lavoro o con lavori saltuari obietteranno che per loro il “down” non è una scelta, ma una condizione obbligata. Ancora di più cambiare mentalità verso una vita frugale ed essenziale diventa una necessità impellente, un fattore di sopravvivenza e non una scelta che per ora è classificata da molti un po' snob e fondamentalmente aristocratica.

Cercare con soddisfazione l'essenzialità ed il recupero del tempo per se stessi e per gli affetti combatte il senso di frustrazione permanente.

3. Terza idea per la sopravvivenza è una nuova rivoluzione copernicana: Copernico mise finalmente il sole al centro e non la terra, ora dobbiamo mettere al centro il Tempo e non il Denaro. Il tempo non è denaro, come si diceva una volta, ma un bene limitato che non si può scambiare, che si perde irrimediabilmente non appena trascorso, ed il suo trascorrere è ineluttabile.

E' vero che se non c'è denaro sufficiente il tempo può essere gramo, è anche vero che la soglia della “sufficienza” del denaro non è oggettiva ma influenzata dalla morale, da usi e costumi. In altre parole lavorando sui falsi bisogni si può diminuire di molto il denaro necessario a fare una vita soddisfacente. I beni materiali spesso sostituisco un orizzonte di senso difficile da trovare nella vita, costituiscono una soddisfazione immediata che esime le persone dall'interrogarsi sul senso delal propria esistenza, dal guardarsi dentro e leggere eventuali fonti di insoddisfazione. Spesso ci si getta sui beni materiali perchè si ha paura di crescere e cambiare.

Per i miei nonni il risparmio era un valore e all'epoca (i miei nonni nascono intorno al 1900) chi si indebitava era guardato con sospetto: magari vivere di poco, ma del proprio. Dagli anni '60 l'indebitamento è diventato un valore, rate per la lavatrice, la tv, la macchina nuova, più spaziosa, potente e prestigiosa. Poi vennero i mutui e gli italiani (unici nel mondo occidentale) diventano quasi tutti proprietari di casa, perchè l'affitto sono “soldi buttati”. In realtà la proprietà di quelle case è per lo più delle banche, in attesa che le famiglie paghino i mutui. La propria vita in mano alla banca, per 15, 20, 25 anni! Spesso nella voglia di crescere ed emanciparsi si acquista una casa più grande, bella e cittadina di quanto sia indispensabile, ed il criterio del denaro sufficiente per vivere cresce, cresce esponenzialmente.

Questo è un'importante fattore di ansia cronica, la tanto desiderata casa di proprietà diventa un Moloch al quale sacrificare la propria vita ed il proprio tempo.

Essere indebitati è “buono”, con poco al mese possiamo avere macchina nuova, il televisore, il computer nuovo, e ci mangiano il Tempo e l'anima, la serenità, che sono gli unici due beni non sostituibili.

4. Quarto antidoto è la considerazione oggettiva dei nostri tempi: viviamo più a lungo e meglio, la medicina ha fatto passi da gigante, la gente può avere un'istruzione, siamo più attenti del passato all'infanzia, alle persone più deboli, alla natura ed agli animali, il concetto di razza è sostanzialmente abolito e nasce il dialogo interreligioso. C'è ancora moltissimo da fare, ma solo 50 anni fa tutto ciò sarebbe stato impensabile!

Abbiamo un'aspettativa di vita lunga e relativamente comoda ed istruita. Volere sempre di più, riferito specialmente ai beni materiali, fa in modo di creare nelle persone uno stato di perenne frustrazione e lamentela che ci fa dare per scontato il fatto che i miei genitori sarebbero potuti morire per una semplice polmonite che oggi si cura con 10 giorni di antibiotici e di riposo a casa.

Così viviamo di più, ma rischiamo di farlo depressi e svogliati, frustrati perchè guardiamo sempre a tutto ciò che non abbiamo.


5. Gianbattista Vico, XVIII secolo, e Oswald Spengler, XX secolo, ci insegnano che la storia non è un percorso lineare, ed Arnold J. Toynbee, allievo di Spengler, riprende ed esalta la nozione di cicli storici parlando delle civiltà come creature che hanno un loro ciclo vitale, nascono, crescono, invecchiano e muoiono. La principale opera di Spengler si intitola “Il tramonto dell'Occidente”.

Se esistono i cicli in storia dobbiamo allenarci a pensare che l'idea che il futuro sarà sempre garantito è fasulla. Posti di lavoro a tempo indeterminato, stato sociale, pensioni erogate con il metodo contributivo, costi faraonici della politica e dell'apparato statale, risorse dello stato distribuite in maniera clientelare, lavoro per lo Stato e contemporaneo lavoro in nero che permette di pagare la casa al mare e l'Università ai figli appartengono ad un altra epoca.

Il garantismo sindacale si tramuta in scontro generazionale, tra chi ha un lavoro ipergarantito e chi il lavoro non ce l'ha punto. Un giovane che non riesce a lavorare vede con orrore gli operai che si lamentano della cassa integrazione, grazie alla quale invece che perdere il lavoro possono stare a casa pagati, magari poco, ma pagati.

La condizione precedente non è prorogabile, le risorse sono state consumate tutte. Chi gode ancora di privilegi prova a tenerseli stretti, ma per chi non gode di privilegi desiderarli è fonte di frustrazione, ansia, depressione. Smettiamo di desiderare quello che non possiamo avere.

I privilegi sopra elencati non sono esistiti in tutte le epoche ma, considerando i tempi storici, in un breve periodo di esaltazione legato al progresso tecnologico e ad un periodo relativamente sgombro da guerre devastanti.

6 Considerare le cose “sub specie aeternitatis”, come diceva Spinoza: uscire dalla continua attenzione alla nostra esistenza individuale e storica limitata nel tempo.
Guardare più in là, alle generazioni future ed alle altre persone.
Guardare più in su se si possiede una forma di religiosità e di trascendenza.
Dice il filosofo: “ La beatitudine non è il premio della virtù ma la virtù stessa; e non non ne godiamo perchè reprimiamo le nostre voglie; ma viceversa, perchè ne godiamo possiamo reprimere le nostre voglie.”

7 Ridimensionare le aspettative senza perforza rinunciare ai sogni. Il problema della disoccupazione intellettuale è legato al fatto che la società italiana non è realmente evoluta al passo con il quale sono evolute le aspettative di miglioramento della condizione sociale. Si laureano molte più persone di quante un'Italia fondamentalmente sclerotica, gerontocratica ed arretrata riesca ad assorbirne. Oggi laurearsi non è poi così difficile, le Università pubbliche costano poco, genitori con il diploma superiore o con la terza media mettono al centro della loro vita l'aspettativa di avere un figlio laureato, ci si può laureare anche impiegando 10 anni per compiere un percorso di studi per il quale ne servono la metà.

Spesso ci si laurea impiegando troppo tempo e con percorsi di studi di scarsa qualità. Un tempo bastava laurearsi comunque e sperare in un concorso, prima o poi entravano tutti, bastava uno zio democristiano o socialista, la laurea era solo un pretesto. Oggi le raccomandazioni non sono finite, anzi, ma ci sono meno risorse, quindi i laureati devono confrontarsi con il mercato del lavoro che vede l'Italia fanalino di coda nelle professioni intellettuali, devono poi confrontarsi, in epoca di globalizzazione, con i giovani colleghi stranieri, forse meno forti sotto l'aspetto teorico ma più preparati per lavorare.

Non rimane che puntare sulla laurea come strumento di crescita personale, non strettamente legato alla possibilità di utilizzare quella laurea in modo tradizionale. In altre parole occorre sentire il famoso discorso che Steve Jobs tenne alla Stanford University nel 2005 (disponibile su Youtube), leggere la sua biografia (magari per completezza leggere anche “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”) e farsi così l'idea che i percorsi lineari e scontati non esistono più ed occorre fare un bell'esame di realtà ed un business plan, valutare il proprio grado di creatività, spirito di sacrificio e disponibilità al cambiamento prima di infilarsi in una situazione potenzialmente frustrante come le formazione universitaria.

Dedicare invece un tempo sistematico alla conoscenza, a coltivare se stessi nella cultura, secondo le proprie inclinazioni e le proprie possibilità, senza che ciò abbia un'immediata ricaduta utilitaristica.



8 Lavorare meno, per scelta o perforza, ridurre i consumi al minimo essenziale, scegliere di non abitare perforza al centro di una grande città, visto che il fiorire delle seconde case ha svuotato i piccoli Comuni, dove si possono trovare soluzioni abitative affascinanti e meno costose, con ritmi più rilassati e più tempo per coltivare se stessi. Non esiste solo la metropolitan way of life, adottata purtroppo anche nei piccoli centri.

9 Osservare e non subire le stagioni che cambiano, osservare ed assaporare i cambiamenti giornalieri della luce, dei suoni, degli odori. Rallentare quando viene sera e comunque quando siamo stanchi, senza violentare continuamente il nostro sé mantenendolo in uno stato di accelerazione permanente, incurante dei segnali del corpo e dell'ambiente.

10 Mantenere costante l'esercizio fisico, curare la postura, la respirazione. Non sono indispensabili le costose palestre.

11 Affrontare l'horror vacui. Talvolta viviamo un “tutto pieno” che ci permette di non pensare, di non sentire, di non sperimentare la paura del vuoto, dell'incertezza della vita e del futuro. Correndo, annaspiamo verso certezze che comunque non arrivano e bruciamo così il tempo che abbiamo a disposizione.

12 Rendiamo sacro ed importante ogni gesto della nostra vita, anche i più piccoli ed insignificanti. Apparecchiamo la tavola con cura, con amore, lentamente e con senso estetico. Prepariamo il cibo con calma e mangiamo lentamente.

13 Seguiamo al massimo un notiziario al giorno. I toni enfatici con cui vengono trasmesse le notizie, il martellamento mediatico, il catastrofismo sparato come colpi di mitraglia, l'illusione di poter avere sotto controllo gli eventi se consultiamo continuamente telegiornali e agenzie di stampa attraverso tv, smartphone o tablet non fanno altro che aumentare i livelli di ansia e depressione.

Disinstallate dagli smartphone tutte le agenzie di stampa e le notizie real time. A meno che non siate giornalisti che si occupano di cronaca, finanzieri o agenti di borsa non vi serve conoscere tutte le ore l'andamento delle Spread, vi viene solo angoscia e comunque non cambia nulla di sostanziale.

14 Godere dell'arte in tutte le sue forme, intesa sia nell'aspetto creativo contemplativo che nell'aspetto produttivo della tecnica. L'arte crea delle forme, come la natura, contemplare l'arte e creare delle forme è un processo naturale, non occorre essere Van Gogh, basta dedicarsi all'ascolto ed all'osservazione, alla fotografia, al cinema, alla musica, entrare in una chiesa del XIV secolo, oppure anche mettersi in grado di riparare un mobile, una finestra. Creare e contemplare. Il bello cura.

15 Rendere il viaggio parte della propria vita. Il viaggio è una dimensione interiore, come insegna I Vagabondi del Dharma, romanzo meno noto di Kerouac. Non sempre il viaggio costa, è possibile camminare, come insegnano i progetti come Camminare per conoscere. Siamo pieni di borghi, chiese, monasteri, riserve naturali, anche vicino a casa di ciascuno di noi. L'Italia potrebbe vivere di natura e cultura.

domenica 6 gennaio 2013


Sul perdere il lavoro…


In quest'articolo ci occuperemo delle persone che perdono il lavoro e sono già avanti con gli anni, diciamo dai 50 in poi.

Vedremo come la perdita del lavoro non sempre costituisca un problema di carattere meramente economico, ma coinvolga temi profondi riguardanti l'identità.

Vedremo come molte persone tra i 50 ed i 65 anni, per lo più uomini, potrebbero trarre vantaggio da una consulenza professionale che li aiuti a rivedere le loro vite, pur non necessariamente soffrendo di qualche forma di psicopatologia.

Iniziamo con il "lavoro". La Repubblica italiana è fondata sul lavoro. Così recita la nostra costituzione, in questi giorni oggetto di fine esegesi comica.



 A memoria personale, quindi a partire dagli anni '60 fino ai nostri giorni, la casta partitica dominante ha utilizzato il lavoro come la Chiesa cattolica utilizzava le indulgenze nel medioevo. Merce di scambio. 

Chi è stato giovane negli anni '70 ricorda come già il mercato del lavoro fosse drogato dalle raccomandazioni, dall'aspirazione ad entrare in un posto pubblico, dalla rete familiare su cui i più fortunati potevano contare. Lo sviluppo personale, professionale  e imprenditoriale, riguardava una minoranza di casi, minoranza per fortuna nutrita, ma pur sempre minoranza. 

Martin Lutero rovesciò il tavolino e pose fine alla vendita delle indulgenze; in attesa che arrivi il nostro Lutero, dobbiamo osservare che questa condizione, perdurante fino ai nostri giorni, ha creato in Italia uno scenario psicologico piuttosto particolare: da un parte chi ha il "lavoro" continua a considerarlo come un diritto inalienabile, con tutto il corteo di garanzie sindacali che ne consegue, chi non lo ha non gode di alcuna garanzia e chi lo perde si ritrova senza un pezzo di identità.

La psicologia individuale presenta  delle strutture invarianti che passano indenni attraverso epoche e contesti culturali. Altre strutture, come l'identità personale, invece risentono fortemente del clima culturale e di come vediamo "gli altri" rispecchiati in noi.

Vediamo come questa particolare condizione legata al lavoro ha influenzato la psicologia di ciascuno di noi. 

Il lavoro in Italia rischia di essere  percepito come un "favore" (da ripagare in maniera salata, con soldi o clientele) piuttosto che una condizione di possibilità che debba essere facilitata dal patto sociale che lo Stato incarna. Chi l'ha conquistato da solo, a maggior ragione, investe sul lavoro, proprio perché merce rara; chi l'ha ottenuto attraverso raccomandazioni o attraverso la rete familiare investe sul lavoro perché deve poi meritarselo, in altri casi si investe solo sul tenerselo stretto.

La generazione dei "baby boomers", le persone che oggi hanno tra i 50 ed i 65 anni, è cresciuta con l'idea del "Progresso", l'idea che le cose con il tempo miglioreranno sempre. 

I baby boomers hanno costruito la loro identità attorno all'orologio, sfruttando il tempo con il metodo di quel materialismo scientifico con cui hanno provato a fare la rivoluzione. Uomini e donne d'azienda, da attività imprenditoriale, impiegati pubblici con un altro lavoro in nero appena usciti dal ministero, per pagare il mutuo di una casa in un quartiere meno periferico di quello d'origine, per pagare l'università ai figli, la casa al mare o le rate della macchina, in altre parole per finanziare un benessere forse non essenziale.

Non era facile ottenerlo, ma una volta avuto il lavoro diventa fagocitante, l'identità si modella sul lavoro, non viceversa. Spesso le famiglie, gli affetti, la cultura, il benessere e l'esercizio fisico vengono sacrificati al lavoro, non tanto per senso di dovere ma perché è principalmente sul lavoro che l'identità viene a fondarsi.  L'azienda, l'attività imprenditoriale, la professione sono fonte di lamentele perché il rapporto con loro  è ambivalente, dipendiamo da loro e non ci piace, però non ne possiamo fare a meno. 

Il giovanilismo a tutti i costi che contraddistingue i "baby boomers" rende difficile adeguare i ritmi all'età che avanza: viaggi di lavoro interminabili, riunioni serali, ritmi da trentenne rampante. Anche la transizione cognitiva è totalmente negata. Siamo diventati più bravi ad avere una visione d'insieme, meno analitici e puntuali, la memoria a breve termine funziona di meno e facciamo sempre più fatica a "stare sul pezzo". Ma non importa, pretendiamo sempre le prestazioni da trentenne. La "visione d'insieme" comunque non funziona perché non ci prendiamo tempo per passeggiare, pensare, studiare, riflettere. Quando abbiamo finito con i figli subentrano subito i nipoti, per i quali diventiamo volentieri genitori a tutti gli effetti.

Quando il lavoro si perde, perché licenziati, perché l'attività non va più, la professione rende di meno o, per i più fortunati, perché andiamo in pensione, si spezza qualcosa di importante. Si spezza un sistema difensivo, un mostro autoreferenziale e fagocitante che ha pilotato le nostre vite.

E lascia il vuoto.

Ci accorgiamo che il nostro giardino nel frattempo è andato in malora e ci sembra un'impresa troppo grossa levare le erbacce, potare, zappare, riseminare ed innaffiare.

Per al prima volta nella vita abbiamo tempo, il tempo che abbiamo spesso desiderato, e non sappiamo cosa farci. 

Siamo abituati al tempo storico, progressivo, al prima e al dopo.

 Agostino d'Ippona già nel V secolo dopo Cristo sottolineava come il tempo fosse una costruzione cognitiva, una percezione dell'uomo e del suo intelletto imperfetto;  un bisogno di ordinare le cose razionalmente, attribuendo loro un prima e un dopo. Il tempo divino, secondo Agostino, è invece un eterno presente. Se Dio avesse un passato o un futuro sarebbe anche lui soggetto alle leggi del cambiamento, quindi non sarebbe Dio. L'Eternità è il presente.  



Abituato al tempo storico che scorre, chi perde il lavoro si trova finalmente in mano il tempo presente, il suo tempo personale. Paradossalmente il tempo diventa un angoscioso baratro senza fine all'interno del quale precipitare, perché il presente non ha mai avuto senso. 

Non ha mai avuto senso fermarsi ed assaporare l'attimo, usare il proprio tempo per contemplare. 

Ed il senso della contemplazione non si crea dall'oggi al domani. Solo fermandosi ad osservare se stessi ed il mondo si può cogliere la propria identità, quel vero sé ammantato dagli orologi, dal tempo storico, dall'identificazione con un lavoro ed un progresso sociale che di colpo si rivelano moneta falsa, che non può più essere spesa, carta straccia.



La depressione fa capolino, il corpo dà segnali negativi, conosciamo l'ansia dell' affrontare le cose, sentimenti forse prima sconosciuti o quantomeno silenziati.  L'unico modo che conosciamo per far fronte alla situazione è cercare di tornare a fare quello che facevamo prima, magari da un'altra parte.

Nel lavoro clinico ho avuto modo di osservare come sia difficile uscire da soli da questa sorta di sabbie mobili. Ho visto come molte volte occorra un percorso dentro di sé, un viaggio accompagnato, che aiuti ad imparare a tollerare il peso dell'eterno presente, imparare a considerarlo un 'opportunità invece che un baratro che lascia sgomenti, imparare ad abitare il tempo.

In un prossimo articolo vorrei invece occuparmi delle persone tra i 20 ed i 40 anni, che invece sembrano non aver più diritto ai loro sogni, ad un lavoro che rinforzi l'autostima, che costruisca un adeguato senso di sé.

sabato 11 febbraio 2012

Narrare e riflettere. Come funziona la Psicoterapia Psicoanalitica

Antecedentemente alla nascita della filosofia la cultura greca arcaica era fondata sui poemi di Omero ed Esiodo, i quali proponevano immagini e discorsi narrativi. 

Avevano come protagonisti fatti ed eventi presentati solitamente nella dimensione temporale, con riferimenti al passato, al presente, al futuro. La tecnica della comunicazione si basava sulla memorizzazione dei versi poetici e sulla loro continua ripetizione, e questo implicava una partecipazione emotiva ed una identificazione del soggetto con i contenuti comunicati (vedi il primo dei 14 volumi della bellissima Storia della Filosofia di Reale ed Antiseri).
La nascita della ricerca filosofica ha modificato ed innovato questo tipo di cultura, con il passaggio verso una formulazione di concetti: a parlare non sono necessariamente dei personaggi con cui identificarsi , piuttosto il dia-logos avviene tra concetti, idee che interloquiscono tra di loro, anche se, per espediente comunicativo, fatte esprimere da personaggi in forma dialogata oppure attraverso il racconto di miti, che è il modo in cui Platone ci ha trasmesso il suo pensiero. 

Non più quindi immagini e storie ma concetti, sia pur presentati attraverso miti o attraverso dialoghi. Questo è il passaggio epocale attuato con la nascita della filosofia in Grecia, esperienza culturale unica e radicalmente diversa dalle forme culturali apparse nel resto del mondo.

Pensavo a come la psicoterapia riassumesse in sé, nel declinarsi temporale del viaggio con ciascun paziente, entrambe queste forme di cultura.

In psicoterapia, in psicoanalisi infatti avviene la narrazione di personaggi ed eventi della vita, vengono prodotte immagini tratte da fantasie, sogni, giochi di produzione simbolica come il gioco della sabbia.

Come nelle opere di Omero ed Esiodo narrazioni ed immagini traggono forza dalla ripetizione, il proprio dramma esistenziale è narrato e rinarrato più e più volte sotto diverse forme ed in diverse fasi del percorso psicoanalitico e psicoterapeutico. 

Anche sotto forme diverse e con protagonisti diversi la trama relazionale ed esistenziale del paziente è individuata dallo psicoterapeuta, aiutato in questo dalla cadenza regolare nel tempo delle sedute, almeno settimanali.

Come nei poemi omerici, la narrazione e ri-narrazione crea un campo bipersonale, dove entrambi i soggetti partecipano emotivamente e si identificano con i contenuti comunicati. 

La narrazione è reciproca, mentre il paziente narra di personaggi, eventi ed immagini della sua vita e della sua mente, lo psicoterapeuta narra di sé attraverso la scelta degli interventi, la tonalità e la prosodia, il linguaggio non verbale, l'espressione di proprie opinioni sul narrato, l'accostamento associativo di proprie immagini a quelle del paziente, la scelta di quali temi interpretare in quella seduta, talvolta, con moderazione, possono essere narrati alcuni aspetti personali (non intimi) perchè il paziente possa “giocare” con la rappresentazione dello psicoterapeuta che ne consegue e metterla in rapporto alle proprie fantasie sulla relazione desiderata e temuta (il tema della self-disclosure anni addietro era un tabù, ora viene considerato dalla comunità scientifica uno strumento molto potente ma anche molto delicato per i temi etici implicati e per il grande expertise e controllo di sé che viene richiesto allo psicoterapeuta che ne fa uso, insomma, da usare con moderazione e solo quando strettamente indispensabile).

Tra paziente e psicoterapeuta si crea quindi un dia-logos che si dipana in una trama bipersonale, come se fosse un sogno sognato a due (vedi il contributo di Odgen sul parlare come sognare) in cui le narrazioni e le immagini si intrecciano, si ripetono, si modificano, vengono prodotte ex novo nella situazione terapeutica, determinando un'esperienza emotiva antica, per la ripetizione di temi relazionali passati, spesso legati al modo di essere nevrotico della mente, ma anche nuova, visto che in psicoterapia vengono prodotte narrazioni ed immagini non solo legate al passato ma anche al contesto bipersonale del rapporto con il terapeuta: si elaborano così diverse modalità di “essere-nel-mondo”, spesso più soddisfacenti, meno rigide e più adattive delle precedenti modalità nevrotiche che, beninteso, non spariscono del tutto, legate come sono alle caratteristiche costitutive della persona, ma tendono ad essere conosciute ed agite solo sullo sfondo, riposte in un armadio che può essere aperto per rispolverare i ricordi oppure in situazioni di particolare stress.

La psicoterapia, quando fonda le sue radici nella psicoanalisi, consente questa particolare ed irripetibile forma di apprendimento su di sé, attraverso immagini, narrazioni vissute, ri-vissute e condivise con lo psicoterapeuta.

Questa descritta però è solo una parte, fondamentale e caratteristica della psicoanalisi, ovvero non presente in altre forme di apprendimento.

Immagini e storie, nel loro dipanarsi reciproco ed intrecciarsi nel qui ed ora della relazione terapeutica, come ulteriore forma di apprendimento vengono concettualizzate: si crea un distacco tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto, anche quando l'oggetto da conoscere è il sé del paziente stesso.

Il passaggio al concetto viene promosso dal lavoro psicoanalitico attraverso la mentalizzazione (gli autori anglosassoni dicono: to keep in mind the mind, tenere in mente la mente, vedere i contributi del Londinese Peter Fonagye l'autocoscienza (vedi il recente splendido lavoro di Antonio Damasio, Self comes to mind).

Anche in psicoanalisi, così come in filosofia, vengono espressi concetti che, nel tempo, dialogano tra loro, e questo avviene sia nel microcosmo della relazione terapeutica sai nell'ambito più vasto della comunità scientifica.

Sempre a questi due livelli sincronici si utilizzano logos, pensiero, e dialettica per formare teorie del funzionamento della mente, confutate e poi avvalorate dalla ricerca scientifica e dal confronto con le discipline contigue, come le Neuroscienze e la Psiconeuroimmunoendocrinologia, PNEI.

Sincronicamente, il paziente sviluppa teorie personali sul funzionamento dalla propria mente, da usare come una mappa attraverso la quale orientare la propria vita.

Nel passaggio sincronico tra narrazione e concettualizzazione la psicoterapia fondata sulla psicoanalisi sembra quindi riassumere e risolvere dentro di sé il passaggio diacronico avvenuto nella cultura greca tra narrazione poetica e filosofia. 

La psicoterapia psicoanalitica ha nel suo DNA la oscillazione tra narrazione e logos, tra immagine e dialettica, mentre altre forme di psicoterapia, pur efficaci in quanto dotate di tecnè abili ad intervenire sui sintomi o sulle cognizioni, non presentano questa caratteristica.

venerdì 18 novembre 2011

Lupus Eritematoso Sistemico e Malattie Autoimmuni: una revisione dei modelli di trattamento attraverso la psicologia clinica e la psicoterapia

Nella corso della propria carriera possono, direi devono, avvenire profondi ripensamenti rispetto alla comprensione dei temi vitali portati dai pazienti. Talvolta, a posteriori, si ha perfino la sensazione di dover chiedere scusa per la propria cecità.
E' dal 1997 che non scrivo nulla sul tema della Malattie Autoimmuni e del Lupus Eritematoso Sistemico (LES) pur avendo continuato a seguire pazienti con queste patologie.
Da tempo, sulle ali dell'insoddisfazione e della curiosità, sto ripensando cose scritte anni fa, quando la formazione e la susseguente pratica professionale si basava su paradigmi del sapere scientifico diversi da quelli attuali. Il riduzionismo, il rapporto di causa effetto, il retaggio cartesiano della separazione mente/corpo dettavano il nostro modo di pensare e di agire, mentre negli ultimi anni lasciavano opportunamente spazio al paradigma della complessità, delle interazioni, delle reti.
Nel 1997 pubblicavo con Alessandra De Coro, Professore Ordinario di Psicologia Dinamica a Roma "La Sapienza",  uno scritto dal titolo: “Per un approccio dinamico-relazionale al problema dei disturbi psicosomatici: Il Lupus Eritematoso Sistemico”.
Il termine stesso “psicosomatico” è da considerarsi obsoleto in quanto figlio del riduzionismo che vede la mente come un'entità separata dal corpo, per di più “psicosomatico” per molti pazienti ha l'effetto di comunicare una sorta di loro “responsabilità”, seppur sul piano inconscio, nello svilupparsi e nel perdurare di una malattia.
Le metafore da noi utilizzate per descrivere la situazione dinamico relazionale riscontrata in molti pazienti con il LES sembravano dipingere rapporti ancestrali con madri perfezioniste e rigide, tanto da determinare che i pazienti attaccassero il proprio Sé così come lo aveva percepito attaccato dalla propria "madre". 
Ovviamente erano solo metafore che tentavano di dare spiegazione di fenomeni che osservavo clinicamente nelle pazienti, allora non avevo altre parole per tentare di descrivere ciò che osservavo. Tuttavia i pazienti, non tanto quelli che seguono un percorso psicoterapeutico, dove c'è modo di contestualizzare le affermazioni in una relazione significativa, quanto piuttosto coloro che “leggono” una cosa del genere possono trarre impressioni diverse:
  • La madre non viene pensata come metafora ma identificata con una persona in carne ed ossa, il che diventa fuorviante perchè pensare alla propria madre in questi termini può avere il valore euristico pressochè vicino a quello dell'oroscopo, ovvero nullo, dato che tali affermazioni sono talmente generiche da potersi adattare un po' a tutti;
  • La malattia diventa una responsabilità individuale, tuttalpiù familiare, distribuendo insensatamente rabbia e sensi di colpa tra sé ed i propri cari, nonché rabbia verso lo Psicologo Psicoterapeuta di turno... “Non solo ho una malattia cronica che mi spaventa e mi può devastare ma tu in qualche modo mi fai capire che è colpa mia o di mia madre”.
Una paziente statunitense definì queste metafore cliniche “bedtime stories”, quella donna non saprà mai quanto mi ha aiutato a riflettere.
Ovviamente si tratta di effetti comunicativi non voluti, però sappiamo bene che la comunicazione si misura sul ricevente...
Non a caso il supporto psicologico clinico e psicoterapeutico è ancora sottoutilizzato nel trattamento dei disturbi cronici in generale e delle malattie autoimmuni in particolare, nonostante l'evidenza della letteratura scientifica che delinea come fondamentale un approccio completo ed integrato che si prenda cura delle situazioni di vita del paziente, della quantità e qualità dei tipi di stress a cui la persona è chiamata a far fronte nella gestione della propria vita e della malattia autoimmune e della capacità individuale e della rete affettiva e sociale di gestire e regolare lo stress.
Questa sottoutilizzazione penso sia dovuta in parte all'errato modo di comunicare della comunità psicologico clinica e psicoterapeutica verso i pazienti, in parte all'atteggiamento obsoleto e riduzionista di molti medici curanti che sembrano limitarsi, nel migliore dei casi, a riferire un paziente allo psicologo clinico solo quando si manifestino dei chiari sintomi psicopatologici o comunque una personalità difficile, in una parola pazienti poco gestibili nella ambito delle procedure standard previste dalla liturgia medica: in questi casi il paziente si può sentire “scaricato” e non si rivolge allo psicologo clinico oppure lo fa comprensibilmente carico di rabbia.
Recentemente mi è capitato di accompagnare un familiare stretto in un noto centro specializzato per la cura del LES (per pietà non faccio nomi) ed ancora nel terzo millennio trovarmi di fronte a due specializzande che, come scolarette, ridevano tra loro per un pretesto scemo loro mentre la paziente raccontava la sua storia, salvo poi prendere in mano il dorso della mano della paziente e cominciare a parlare tra loro di questo e quest'altro segno clinico, come se la mano fosse un oggetto a parte dalla sua legittima proprietaria, che in quel momento poteva anche sentirsi angosciata dalla discussione che avveniva sui segni di malattia evidenziati dalla sua mano, come se lei non fosse presente. Nell'intervista clinica non una sola domanda su come la paziente vive, l'alimentazione, l'attività fisica, i fattori di stress, il suo rapporto con la la malattia e la corretta assunzione dei farmaci, solo il solito “come si è manifestata la malattia? cosa prende? e da quanto? ”
I paradigmi scientifici in costante evoluzione ci aiutano a spiegare meglio i fenomeni che abbiamo sempre osservato, nella speranza che questa migliore comprensione possa elevare gli standard di intervento e nello stesso tempo favorire una comunicazione più chiara e più fiduciaria con i pazienti e con le altre figure sanitarie.
L'insoddisfazione per questi modelli esplicativi era ben presente anche nel 2000 quando vedevamo nei pazienti con il LES strutture relazionali che differivano da quelli di pazienti senza patologie ma anche da pazienti con depressione  (Mucelli ed altri: Prototipi relazionali, modelli di attaccamento e funzione autoregolativa del sé in patologie autoimmuni. IV Congresso Italiano Psicologia della salute Orvieto, 21-23 Settembre 2000)
Oggi sappiamo che il sistema immunitario (SI) è collegato in rete con il sistema nervoso (SN) ed il sistema endocrino (SE), fino a costituire un unico sistema biologico operante in interazione con l'ambiente (F. Bottaccioli, Mutamenti nelle basi delle scienze, Ed. Tecniche Nuove, 2011).
Sulle cellule immunitarie sono collocati recettori per le principali molecole prodotte dal cervello, mentre la cellula immunitaria stessa produce peptidi neuroendocrini, ciò significa che SI, SN ed SE comunicano tra loro utilizzando un complesso sistema di segnali veicolati attraverso delle molecole che condividono.
Dedicandomi sin dalla fine degli anni '70 del secolo scorso allo studio della psicosomatica, come allora chiamavamo la disciplina che oggi può essere meglio definita come psiconeuroendocrinoimmunologia, o meglio il suo acronimo PNEI, da subito provai insoddisfazione per le spiegazioni causali, ovvero la mente che causa effetti nel corpo oppure il corpo che causa effetti nella mente. Le conseguenze per il trattamento erano importanti, perchè non si sapeva se indirizzare maggiormente gli aspetti di personalità e dinamico relazionali oppure gli aspetti di reazione ad una malattia cronica infida e potenzialmente invalidante come il LES. Ovviamente dal punto di vista clinico erano validi entrambi gli aspetti, da affiancare in un gioco di figura/sfondo seguendo le esigenze primarie dei pazienti, però il modello esplicativo rimaneva insoddisfacente.
Oggi sappiamo di vedere gli stessi fenomeni con occhiali diversi, quelli della psicologia clinica e quelli dell'immunologia. Proprio lo studio delle malattie autoimmuni ha aperto la porta a mettere in dubbio la netta dicotomia tra Sé e non Sé. 
Il Danger Model (The Danger Model: a renewed sense of self. Pubblicato in Science, 296, 301-305, 2002) prevede infatti che “le cellule addette alla presentazione dell'antigene, per poter attivare la risposta immunitaria, debbono essere co-stimolate da segnali cellulari di pericolo endogeni, emessi cioè da un contesto circostante che indichi la presenza, ad esempio, di cellule stressate, danneggiate o infette. Tale modello ipotizza un processo discriminatorio in cui il concetto di “estraneità” dei costituenti non è più la conditio sine qua non dell'attivazione della risposta immune”.
E ancora, “quasi tutti i peptidi umani possiedono motivi batterici potenzialmente immunogenici"  (F. Bottacioli, ibidem). E' difficile che in una proteina umana non siano presenti elementi batterici, ciò nonostante le proteine non vengono attaccate dal SI, e questo mette in crisi la distinzione netta tra sé e non sé.
Se è vero che il SI non attacca sempre, ma solo a certe condizioni, le cellule riconosciute come estranee all'organismo,  è vero d'altra parte che può attaccare anche cellule del Sé non solo in condizione di malattia autoimmune: l'attacco anticorpale infatti è diretto anche verso le cellule del Sé  danneggiate e stressate, come abbiamo visto nel “Danger Model”, ma quest'attacco può avvenire anche nell'ambito di normali e fisiologici sistemi di autoregolazione, mediati dai complessi scambi di segnali, quasi “linguistici” , che avvengono tra le differenti componenti del SI.
Niels Jerne, immunologo e premio Nobel per la medicina 1984, parla di “grammatica” del sistema Immunitario per descriverne la complessità di funzionamento e la capacità di apprendere del SI, un vero e proprio sistema cognitivo che secondo Jerne, funzionava in totale separazione dal cervello. Oggi invece sappiamo come dicevo sopra, che SI e SN sono in continua interazione attraverso recettori e sostanze neurormonali.
Niels Jerne nelle sue ricerche ha dimostrato come una molecola anticorpale possa essere riconosciuta essa stessa come un antigene da altri anticorpi, detti auto-anticorpi idiotipi. In altre parole, l'antigene, viene ricopiato dal nostro SI, gli auto-anticorpi idiotipi (idiotipi= Idios, proprio typus= tipo, esemplare, sta ad indicare autoanticorpi “somiglianti” all'antigene) ne costituirebbero una sorta di specchio, in maniera tale da tenere pronto un attacco verso di esso.
Attraverso la produzione di autoanticorpi secondo Jerne si mantiene un equilibrio dinamico del sistema immunitario, pronto ad intervenire contro agenti esterni come proteine, virus o batteri mentre mantiene un “precario equilibrio verso gli altri normali costituenti del Sé del nostro corpo” (The generative grammar of the immune system, Nobel Lecture, 8 December 1984 ).
Rimane ancora oggetto d'indagine come questo “equilibrio precario” si disregoli nella malattia autoimmune, come l'attacco di autoanticorpi verso i componenti dell'organismo stesso diventi sistematico, non reversibile come invece sono i normali fenomeni autoimmuni che, viceversa, contribuiscono alla regolazione e alla generatività della varietà di anticorpi di cui abbiamo bisogno.
In merito esistono delle fondate ipotesi cliniche, come quelle del carico “allostatico”, ovvero la condizione in cui l'organismo (SI, SN ed SE) devono rispondere ad una cronica situazione di stress. In questo caso la risposta sistemica dell'organismo, nata per fronteggiare uno stress acuto, nel far fronte allo stress cronico può gravemente disregolare il proprio funzionamento, dando luogo a fenomeni infiammatori, malattie autoimmuni, depressione.
Ecco quindi che ciò che definivamo “madre perfezionista e richiedente” null'altro era che un rozza metafora del complesso carico allostatico deteminato da: alimentazione inappropriata, allergie, infezioni, inquinanti ambientali, fumo ed altri agenti intossicanti, assunzione inappropriata di farmaci ormonali, stress situazionale, stress cronico, difficoltà di far fronte alla proprie aspettative, difficoltà di far fronte ai compiti assegnati dall'esterno (lavoro, gestione delle relazioni affettive, fasi vitali critiche, traumi).
La psicoterapia interviene nella mediazione di questi fattori ed aumenta la capacità dell'individuo di farvi fronte, con importati effetti sul sistema nervoso, immunitario ed endocrino.
Torneremo sul tema del carico allostatico, del ruolo dell'infiammazione nelle malattie croniche e sul funzionamento della psicoterapia ...































giovedì 20 ottobre 2011

Laura, l'eroina, le torri gemelle ed il guardiano del tempo...

"Laura non ha piu' voglia di vivere. Quando si presenta alla seduta parla con un filo di voce, e' curva, ha le mani ed il viso sporchi. Il fumo della sigaretta che passivamente tiene tra le mani le corre lungo la mano e poi su per il braccio, come se contribuisse a sporcare sempre di piu' la sua persona.
Laura fa uso di eroina da 12 anni, da otto anni e' sieropositiva.
E' di ritorno da un viaggio in India, durante il quale ha cercato tutti i modi possibili per degradarsi. E' impressionante come nelle sue condizioni fisiche e mentali abbia potuto resistere agli assalti del tifo e dell'epatite, dei quali soffre ancora i postumi.
Laura viene accompagnata dalla sorella di qualche anno piu' giovane, sposata, con un figlio ed una vita normale. Le prime parole che Laura pronuncia sono paradossalmente un atto di affetto e di protezione nei confronti della sorella: "anche mia sorella ha sofferto molto, e' stata anoressica per tanti anni, solo io pero' ho avuto il coraggio di testimoniare fino in fondo tutte le cose che nella nostra famiglia non sono mai andate!".
La sorella mi dice che le avevano fatto il mio nome e che quindi aveva invitato Laura a rivolgersi a me per un aiuto psicologico, visto che finora qui nel servizio per le tossicodipendenze aveva preso solo il metadone, con scarsissimi risultati. Nel nostro lavoro incontriamo situazioni come questa, che ci sbattono in faccia il problema del limite, dell'impotenza, della morte, intesa come il grande guardiano del tempo,  ma anche di quella piccola morte quotidiana che e' scritta in ogni atto di vita che noi compiamo, e quando e' compiuto e' passato, morto.
Ogni piega del volto di Laura è una narrazione del grande guardiano del tempo, la morte.
Lo sguardo di Laura mi proietta nel buio della mia anima, in braccio ai miei fantasmi, la malattia, la perdita, l'abbandono.
Saper leggere e comprendere queste reazioni che avvengono dentro di se', ovvero,  in gergo tecnico, "l'analisi del controtransfert" e' lo strumento principale per poter effettuare una diagnosi dei fantasmi che abitano sommessamente e nascostamente guidano i pensieri del paziente, le sue scelte, le sue relazioni ed i suoi comportamenti.
Nascondere a me stesso e "superare" razionalmente l'impatto devastante che una persona come Laura aveva su di me sarebbe stato equivalente e rinunciare a capire il senso simbolico, profondo, inconscio, di cio' che Laura mi stava comunicando. Il lavoro clinico va affrontato senza ipocrisie, con il coraggio della trasparenza verso i propri sentimenti e verso i propri stati emozionali, solo cosi', con l'onesta' verso se stessi, si puo provare ad aiutare il paziente ad essere trasparente nei sui stessi confronti, restituendogli e rispecchiando le latri del Sè che mette in gioco nella relazione terapeutica. 
Il messaggio di Laura era evidentemente di disperazione. Stava distruggendo e negando se stessa, provava ribrezzo verso di se' e verso la sua vita. Laura, generando in me questi stessi sentimenti, mi ha subito fatto capire quanto poco contasse per lei vivere, visto il ribrezzo che provava verso il suo corpo malato e la sua mente depressa, seguendo la narrazione scissa che la paziente fa di corpo e mente come entità separate e giustapposte.
Qui ci vorrebbe il dipartimento di salute mentale, l'unita' operativa di terzo livello per l'aids, i pompieri, la guardia nazionale, l'esercito, il buon Dio in persona! La mia mente annaspa in cerca di un aiuto improbabile, specchio dei fantasmi di Laura che sembrano agire così in profondo dentro di me in modo tale da comunicare il suo non aspettarsi mai un aiuto sufficientemente adeguato al suo bisogno.
La paziente inizia a parlare di se' descrivendo la sua situazione, mentre io, oramai enfio di impotenza, mi chiedo perché continuo ad occuparmi di casi disperati, di tossicomani con i quali si rischia di non vedere mai un risultato.
Penso alla mia montagna e vedo i miei cani che corrono liberi e veloci, inebriati dagli odori e dall'aria talmente fredda, tersa e pungente da far male al petto.
Mi scopro ad odiare la citta', il rumore, le macchine, tutto cio' che trovo "innaturale". Comincio ad articolare tutta una gamma di pensieri fobici, cha hanno tutti il tema centrale di sentirmi chiuso, come mi sentivo chiuso quando ero a New York, citta' maleodorante, fetidamente incazzata e soffocante con i suoi cumuli d'immondizia, di rifuti urbani ed umani ed i suoi grattacieli, monumenti al trionfo dell'insensatezza, della presunzione umana.
In quel viaggio c'è stato un momento in cui non avrei voluto uscire dalla mia stanza, sapevo che la citta' mi avrebbe aggredito alla gola facendola bruciare con la sua aria chimicamente artefatta, mi avrebbe tolto l'aria e la vista del cielo con i suoi grattacieli, mi avrebbe costretto a rivolgere lo sgurdo verso il basso e guardare la merda umana circolante sui marciapiedi, purtroppo ed inevitabilmente avvertendo anche me come parte di essa.
Laura era in qualche modo un prodotto di quella forma di civilta' che abita i miei incubi peggiori, e per questo mi costringeva a specchiarmi nella mia stessa merda ostentando la sua. Avrei voluto togliere gli occhi per non vedere, annebbiare la mente per non pensare, suonarmi in testa una sinfonia a tutto volume, forse la pastorale, per non sentire le parole di degrado e sofferenza che Laura lasciava fluire su di me, piano piano contagiandomi  e sporcandomi, inquinandomi con i suoi fantasmi e con il suo mondo interno corrotto, distrutto, non piu' vitale.
Con Laura non potevo evitare tutto questo, mi sentivo come un cucciolo di cane che viene sbattuto puntivamente dal padrone con vigore dentro la sua stessa pipi', gli sembra ingiusto e non puo' fare nulla per evitarlo. Ma sono io stesso a non volerlo evitare, anzi a cercare nel mio lavoro un contatto con parti cosi' profonde degli altri e di me.
Qualsiasi altra professione mi avrebbe consentito di vagabondare negli strati piu' superficiali della mente e delle relazioni con gli altri, sempre spaventato della discesa nel profondo di me stesso, maniacalmente impegnato a fare cose, ad agitarmi insensatamente nel mondo esterno, realizzando cosi' una perpetua fuga.
Quindi sono grato a Laura, quando mi fa ricordare la mia paura della morte che mi fa lottare con il sonno invece che abbandonarmi ad esso sin da quando ero un piccolo bambino e mi scusavo con Gesu', che non si offendesse, ma io proprio non volevo stare nel cielo con Lui e tutti gli angeli, stavo tanto bene sulla terra con il mio papa' e la mia mamma, e lo pregavo di lasciarmi qui.
Laura, e tutti i pazienti gravi come lei, hanno il potere di fecondare.
Mi stava aiutando ad affrontare ed elaborare una delle mie paure fondamentali. Ad un tratto e' chiaro come non sia lei a fare ribrezzo, ma le mie parti spaventate, timorose, incapaci di uscire allo scoperto. Comunque, se Laura aiuta me, veramente non so come fare per aiutare lei.
Non puo' essere completamente devitalizzato e degradato il mondo interno di una persona che riesce comunque a fecondarti, comunicando con te in maniera cosi' violenta ed esplicita.
A questo punto mi vengono in mente le parole di Carl Gustav Jung, che definiva il sintomo psichiatrico come melma e diamante alla stesso tempo. Man mano che la paziente continuava la descrizione del proprio degrado, pensavo a come la cultura occidentale, fondata sul pensiero aristotelico, sulla logica del pensiero razionale e dividente, categorizzante, ci renda difficoltoso riconoscere gli opposti presenti in ogni cosa. Riuscivo a cogliere il messaggio profondamente vitale, di estrema richiesta d'aiuto, veicolato proprio da quel presentarsi in condizioni misere.
Per Laura inconsciamente era un po' un giocarsi il tutto per tutto: o essere respinta per il proprio presentarsi ripugnante e problematica, ripetendo cosi' il tema relazionale psicotico che ha contraddistinto la storia di tutta la sua esistenza, oppure sperare che la richiesta d'aiuto veicolata attraverso il totale abbandono di se' venisse colta al di la' di una apparenza respingente.
In realta' richieste d'aiuto cosi' totali, cosi' costringenti, quasi manipolatorie, inducono nello Psicoterapeuta fantasie del tipo "...e' talmente a pezzi che non ci si puo' non occupare di lei, rischia perfino il suicidio....". Tra l'altro molti di questi pazienti vivono in una dimensione in cui il pensiero simbolico porterebbe a galla componenti molto dolorose dell'esistenza e percio' si sentono obbligati ad agire tutto sul mondo esterno, sul mondo delle cose concrete per poter sopportare l'angoscia interna.
In altre parole, quando parliamo di fantasie di suicidio comunicate dal paziente per coinvolgere lo Psicoterapeuta in una presa in carico totalizzante del se' malato, non abbiamo alcuna garanzia che tali fantasie non possano essere realizzate, giocate nella vita (in inglese to play significa sia giocare che recitare), rappresentate nel mondo come se il mondo fosse una sorta di teatro messo li' apposta per contenere le rappresentazioni del mondo interno. Potremmo assistere cosi' a farse, drammi ma piu' spesso a tragedie, in cui il paziente impersona una o piu' parti e costringe, con la forza del proprio impatto emozionale, chi gli sta vicino a giocare le parti della propria matrice relazionale
I temi variano, cosi' nel caso di Laura abbiamo una madre che abbandona, un padre assente ed impotente che non riesce a salvare la figlia dalle grinfie della madre matrigna, l'eroina che consente di ottundere la testa e lenire cosi' il dolore della depressione ed una serie di figure materne sostitutive che dovrebbero giocare il ruolo di chi riesce trionfalmente a riparare i guasti lasciati da una madre negativa ed abbandonica.
Naturalmente il tema centrale della tragedia di Laura e' costituito dal fallimento ripetitivo di tutte queste figure materne sostitutive, che non daranno mai abbastanza, non riusciranno mai a riparare la mancanza di cure materne, il senso di abbandono, non riusciranno mai a sfatare in Laura la convinzione che se lei e' stata abbandonata e' senz'altro perche' doveva essere indegna della propria mamma, che per un bambino è definitoriamente "buona".
Cosi' Laura con il suo degrado fisico e mentale non fa che perpetuare una testimonianza, non fa che celebrare e ricelebrare cio' che e' gia' avvenuto, l'essere stata abbandonata per "indegnità'" ed il cercare di commuovere (cum motus, ovvero far andare con lei, stare assieme) un sostituto materno che possa accoglierela, tentativo che inevitabilmente fallisce proprio a causa della sporcizia fisica e mentale con cui Laura si presenta.
Cosi', in questa continua rappresentazione, il suicidio puo' essere il tentativo estremo di commuovere un oggetto materno ad occuparsi di lei.
La rappresentazione inconscia usa il mondo come un palcoscenico, quindi esistono concrete possibilita' che la paziente metta in atto un suicidio, lento e sistematico, come se dovesse richiamare l'oggetto amato, una sorta di deus ex machina che arrivi inopinatamente a salvarla.
A differenza di una rappresentazione teatrale, in cui gli effetti pragmatici sono sospesi e rimane solo l'emozione dello spettatore e di chi recita, nella vita un suicidio di questo genere e' spesso portato a termine, cosi' che la rappresentazione si conclude con la morte reale del protagonista.
Decidemmo che avremmo iniziato a lavorare insieme una volta a settimana, conducendo un'esplorazione psicologica della sua realta' che poi avrebbe potuto portare a decidere anche altre forme d'intervento, integrative della psicoterapia o sostitutive, come ad esempio un ingresso in comunita' terapeutica.
Nello stesso tempo Laura iniziava una terapia a metadone, però in maniera scontata, scissa da qualsiasi contestualizzazione dell'intervento farmacologico in un progetto di cura fondato sull'alleanza terapeutica.
Ancora una volta la risposta istituzionale ha fatto ricorso al metadone come strumento "magico", per annullare qualsiasi attribuzione di senso alla relazione con la paziente e, quindi, tacitare le proprie angosce relative al senso di impotenza, di inutilità, di morte.
Il servizio "é intervenuto", e ciò é potuto avvenire nel rispetto di regole, regolamenti, regoline e regolucce.
Il paziente é formalmente in carico, può entrare nelle statistiche da inviare a Regione, Prefettura, Istituto Superiore di Sanità, Ministero della Sanità, ovunque vi siano zelanti funzionari che, per giustificare la propria esistenza dopo una notte trascorsa insonne nella paura del capufficio, si svegliano la mattina e decidono di aumentare il peso della burocrazia per autogiustificare il proprio lavoro.
Laura propone una modalità relazionale disfunzionale ed il servizio la ripaga con la stessa moneta, rimanda specularmente la stessa modalità non introducendo alcuna forma di cambiamento. Tale modalità si fonda sul'uso degli operatori in maniera scissa, per cui se medico ed infermieri assumono simbolicamente la parte speculare e respingente, in quanto somministratori di una sostanza dai poteri magici, lo Psicologo "accoglie" la parte scissa, quindi contenitore passivo di tutte le scorie. 
La scissione vien spesso reificata attraverso la contrapposizione tra parte "medica" e "psicosociale" dell'intervento, fino ad arrivare ad una divisione stretta di temi e spazi fisici. la presenza di meccanismi di identificazione proiettiva si può notare dalla sensazione, diffusa nelle narrazioni degli operatori, che tutto sia "veramente" così e sia impossibile da modificare, esattamente speculare alla sensazione di disperazione e di impotenza della paziente. Naturalmente Laura ne ha già abbastanza delle proprie scissioni, senza dover sopportare le psicopatologie insite nelle ASL, così dopo una settimana abbandona il ricorso al metadone ed i colloqui con me.
Sarà morta? No, fa troppo male chiederselo; meglio dedicarsi alla prossima "accoglienza", alla prossima zuffa con i colleghi, alle prossime imprecazioni sul capo servizio ignorante e maleducato, alle novità sindacali, al conto dei giorni di ferie residue e dello straordinario effettuato, alla lettura e commento approfondito del Corriere dello Sport.". 
Quando compilavo questo scritto nel 1991 ero appena reduce da un viaggio a New York, avevo visitato le Twin Towers ed oggi mi impressiona averle definite, insieme con gli altri grattacieli, "monumento all'insensatezza umana"... pur avendo lavorato anni ed anni nell'area delle tossicodipendenze non mi sono abituato mai a non sapere più nulla di molti pazienti che giocavano così facilmente con la morte... il ricordo di Laura fa ancora male e fa male il pensiero che forse, anzi, probabilmente, 20 anni dopo non fa più parte di questo mondo... o forse si...

giovedì 31 marzo 2011

Storia di una nevrosi ossessiva

Eraldo era seduto sulla panchina, composto e riservato come al solito. Con una mano si aggiusta i capelli che iniziano ad essere ricoperti da qualche filo bianco, con l'altra mano tiene stretto il manico del suo borsone scuro, pronto a sollevarlo per saltare sul treno. L'aria umida e nebbiosa fa risaltare gli odori dell'erba che oramai cresce disordinata tra i binari, mentre l'orologio della stazione segna le 12.23. Le lancette hanno sempre la stessa posizione, come due amanti dubbiosi che non riescono ad avvicinarsi più di così ma nemmeno ad allontanarsi. Le lancette si guardano immobili da quando l'orologio ha cessato di vivere, con il vetro rotto testimone del tempo che non scorre. Nel piccolo ufficio del capostazione le carte svolazzano comandate solo dal vento e non più dalle sue mani ordinate. Sulla scrivania un giornale ingiallito del 31 marzo 1971. Eraldo aveva sei mesi quando il padre morì. Cresciuto con una mamma bambina da accudire, ha sempre atteso un padre con cui rafforzarsi facendo la lotta, un padre che gli facesse da specchio della sua identità maschile e lo incoraggiasse ad intraprendere, consentisse la crescita della sua autostima stimolandolo a provare le sua abilità dapprima in un ambiente protetto, per poi esporsi al mondo. Eraldo attende che il treno destinato a portargli questo padre passi sul binario, attende da 40 anni che a lui devono essere sembrati un giorno. 
Questa stazione abbandonata e fantasma è il simbolo della nevrosi ossessiva che avvolge e protegge Eraldo, che per esporsi al mondo vuole prima incontrare un padre che formi le sue capacità di affrontare le cose. Nel frattempo si protegge attraverso i mille dubbi che si formano nella sua mente ogni volta che deve effettuare un scelta, attraverso il controllo maniacale che filtra tutte le sue azioni, idee, relazioni, con il risultato di rimanere bloccato ed inane ma, nella sua fantasia, protetto dalle possibili conseguenze negative dell'esposizione al mondo. Eraldo vive ma non ama, vive ma non lavora, vive ma non gioisce, vive ma non piange, vive ed aspetta. Aspetta che passi il treno che gli porti il papà della sua infanzia, un treno su cui finalmente saltare felice. Il tempo all'interno della stazione è fermo, fuori scorre freneticamente, le cose cambiano, evolvono, Eraldo ne ha sentore, più passa il tempo più il mondo che sta fuori gli diventa estraneo e terrificante. Qualcuno lo deve mettere in contatto con la possibilità che quel treno non passi mai e che, attraversato il lutto e fattosi meno lancinante il dolore della perdita, lui potrà iniziare ad affacciarsi fuori dalla stazione, in un mondo inizialmente terrificante ma nel quale potrà trovare le forza di crescere, potrà trovare le delusioni, la competizione, l'offesa così come l'amicizia, l'amore, la natura, tessendo una relazione che piano piano possa vitalizzare un intrapsichico coartato e considerato, in maniera auto riflessiva, privo di mezzi e poco attraente per gli altri. Questo delicato compito tocca al suo psicoterapeuta, che dovrà essere paziente e delicato, potrebbero volerci anni per mettere Eraldo a contatto con questa realtà, nello stesso tempo curioso e determinato a compiere questo viaggio inseme al paziente, accompagnandolo in luoghi della mente unici ed irripetibili. Nemmeno alla psicoterapeuta è dato di conoscere in anticipo questi luoghi, li vede per la prima volta mentre li esplora con il paziente. Viceversa lo psicoterapeuta ha dalla sua parte il saper viaggiare, è un viaggiatore esperto che ha percorso chilometri e chilometri in luoghi della mente sconosciuti ed inattesi, con tante persone diverse, così ha imparato il piacere e la tecnica del viaggio, ha imparato ad affrontare imprevisti ed aiutare il paziente a cavarsela durante i percorsi.