domenica 12 marzo 2017

Uomini, ratti e galline dalle uova d'oro. Sperimentazione Animale e sostanze d'abuso


Uomini, ratti e galline dalle uova d'oro.

Sperimentazione Animale e sostanze d'abuso



di Roberto Mucelli1


Il grosso problema della sperimentazione animale è di carattere epistemologico ancor prima che di carattere etico, un problema di filosofia della scienza prima che di bioetica.

Vorrei per il momento saltare tutta la querelle bioetica sul benessere e rispetto della vita animale non umana e considere, a priori ed utilitaristicamente, in via esclusiva gli interessi della specie Homo Sapiens Sapiens.

Nella ricerca sulle sostanza d'abuso si utilizzano ancora protocolli neopositivisti basati su una visione del mondo causa-effetto piuttosto che su una epistemologia della complessità.

Alcuni lavori sperimentali sulle sostanze d'abuso hanno la stessa struttura logica di quelli della microbiologia studiata in vitro, ovvero seguono delle regole morfologico-sintattiche e stilistiche caratteristiche delle letteratura scientifica più diffusa.

Si tende ad isolare dei fattori e a studiarli separatamente dal contesto che li genera, come se non fossero esistite le rivoluzioni nei paradigmi scientifici avvenute sin dai primi anni del secolo scorso.

Qualsiasi risultato provenga da questo tipo di studi sulle sostanze d'abuso è da ritenersi inattendibile ed inapplicabile alla clinica perchè non tiene conto della complessità, della reticolarità e della multidimensionalità logica del fenomeno, come insegna Bertrand Russell2 nella sua teoria dei Tipi Logici poi ripresa da Gregory Bateson3 .

Stiamo parlando di paradigmi scientifici non recenti, originatisi già nella prima metà dello scorso secolo, mentre la ricerca sulle sostanze d'abuso che utilizza la SA si rifà addirittura a paradigmi di tipo illuminista.

Consideriamo un paper, pubblicato sul prestigioso sito del National Institute of Drug Abuse, NIDA, a titolo esemplificativo:

Prefrontal Cortex Stimulation Stops Compulsive Drug Seeking in Rats

Dr. Billy Chen, Dr. Antonello Bonci, and colleagues at the NIDA Intramural Research Program (IRP) in Baltimore, Maryland


L'idea del Dott. Chen e dei suoi colleghi è che la corteccia prefrontale PFC giochi un ruolo determinante nella differenza tra il “semplice” uso di cocaina da una parte e la addiction e l'uso compulsivo dall'altra.

Infatti, solo 1 persona su 5 passa dall' uso all'abuso che comporta addiction e ricerca compulsiva dell'assunzione della sostanza.

Come ben sa chiunque abbia investigato questi fenomeni e chi, come il sottoscritto, ha lavorato per 30 anni con pazienti che utilizzano sostanze d'abuso, il fenomeno va indagato secondo il paradigma della complessità:
  • anzitutto la differenza tra uso e abuso (secondo i criteri del DSM 54) non è un parametro stabile, un orientamento fisso della persona ma può oscillare nel corso della vita, ovvero un individuo può transitare, in momenti diversi dalla condizione di uso a quella di abuso e viceversa;
  • fattori come le condizioni psicosociali, la struttura di personalità, i Modelli Operativi Interni dell'Attaccamento, la concomitanza di psicopatologie sono mediatori importanti e condizionano fortemente gli stili di assunzione;
  • la storia dei trattamenti ricevuti e la qualità/quantità di relazione con i servizi per il trattamento condiziona fortemente i modelli di relazione con la sostanza d'abuso.

Basta aver letto qualcosa di divulgativo sulle Neuroscienze per sapere che eventuali deficit o iperattività funzionale della PFC sono da ascrivere alla plasticità dei sistemi neuronali e quindi alla complessità dell'interazione dell'organismo con il suo ambiente, tranne che si considerino deficit neurologici primari ed importanti come la Sindrome Frontale o disturbi del genere, che comunque sono suscettibili di miglioramenti in condizioni ambientali e relazionali favorevoli.

Già tentare di ascrivere l'orientamento individuale verso l'uso o l'abuso ad una particolare configurazione del funzionamento del PFC rappresenta non solo una operazione di riduzionismo epistemologico, che avrebbe comunque il suo senso, ma una vera e propria mistificazione, laddove, anche volendo ragionare in termini di causa ed effetto, si scambiano gli effetti per le cause e non si tiene conto non solo della complessità psicosociale, ma nemmeno della complessità interna all'organismo considerato limitatamente al suo essere biologico, ovvero non si tiene conto delle interazioni relative a neuromediatori e neuromodulatori ed ai loro rapporti con il sistema endocrino ed immunitario.

Nell'esperimento poi emerge una chiara sottovalutazione della plasticità della risposta dei ratti agli stimoli ambientali.

I ricercatori addestrarono i ratti a premere due leve in successione per ricevere infusioni di cocaina. Premere la prima leva dava accesso alla seconda leva che a sua volta permetteva ai ratti di ricevere la cocaina.

Gli animali compivano sessioni giornaliere di addestramento, nel corso delle quali ricevevano fino a 30 infusioni.

Dopo due mesi i ricercatori aggiunsero una scossa elettrica che colpiva i piedi dei ratti quando abbassavano la prima leva. Nelle intenzioni dei ricercatori la somministrazione della scossa elettrica sarebbe servita a distinguere i ratti che cercavano la droga compulsivamente da quelli che non la cercavano.

Dopo quattro giorni il 30% dei ratti continuava a cercare cocaina nonostante la scossa elettrica ai piedi, mentre l'altro 70% smise di cercare cocaina e si ritirò spavantato sul fondo della gabbia.

La sorprendente e sbrigativa estrapolazione dei ricercatori è stata che il 30% dei ratti che cercavano cocaina aveva un comportamento compulsivo.

Evidentemente i ricercatori non hanno la minima cognizione di come possa funzionare una mente animale, soprattutto di un animale che non è un predatore ma una preda, perciò attentissimo ai pericoli ambientali. Alcune prede (anche i predatori che solo a loro volta prede) presentano una sensibilità agli stimoli ambientali maggiore di altre e perciò tendono ad avere più facilmente reazioni di paura.

Questo avviene anche negli animali umani, tanto che negli studi sulle sostanze d'abuso vengono identificati dei profili detti “risk taking” per cui alcune persone, soprattutto in adolescenza, sono più a rischio di abuso di sostanze proprio per la loro maggiore tendenza di altre a prendersi dei rischi.

Se avessero voluto dare valore all'esperimento avrebbero dovuto utilizzare ratti preventivamente testati sul risk taking ed appartenenti alla stessa categorizzazione, non ratti presi a caso!

I ricercatori poi esaminarono i neuroni nella area pre-limbica della PFC dei ratti, sostenendo che “this area corresponds to the dorsal lateral prefrontal cortex in the human PFC”.
L'assimilazione tout court del cervello di un ratto a quello di un umano rimane per me un'operazione sconcertante, tale è la diversità di umwelt, per citare Von Uexnkull5, tra le due specie.

I neuroni prelimbici dei ratti definiti “compulsivi” erano significativamente meno eccitabili di quelli dei “non compulsivi”, tanto che dovevano essere sottoposti ad una quantità di corrente almeno doppia per generare un potenziale d'azione.

Il dott. Chen da questo deduce che “... in a compulsive rat , the PFC is unable to relay the information that pressing the seek lever is associated with a foot shock, rendering the animal unable to stop itself”.

Peccato che lo stesso Chen deve ammettere che l'uso stesso di cocaina, come è noto, rende i neuroni PFC meno eccitabili, ovvero conduce ad una perdita generale di controllo, e si pone la fatidica domanda: “Which comes first, the deficient PFC or the drug use?” alla quale, nei modelli sperimentali causa-effetto, non è possibile rispondere per la evidente caduta in un vizio di circolarità infinita.

Chen, sorvolando allegramente su problemi epistemologici di non poco conto, rivela poi la sua scoperta.

L'optogenetica utilizza proteine sensibili alla luce per controllare la scarica di neuroni individuali o di piccoli gruppi di neuroni in animali vivi.

Hanno fatto in modo che i neuroni prelimbici dei ratti esprimessero la proteina Chr-2. Esponendo poi questi neuroni, attraverso un impianto di fibra ottica, ad una determinata frequenza di luce, ottennero delle scariche neuronali.

Attivati in questo modo, i neuroni prelimbici della PFC restauravano nei ratti il senso di giudizio ed impedivano che si andassero a prendere la scossa per di ricevere la cocaina.

Questo risultato, indubbiamente affascinante, fu semplicisticamente trasportato a soggetti umani.

In un pilot trial del novembre 2016 Antonello Bonci, Alberto Terraneo, e Luigi Galimberti somministrarono un trattamento di TMS (Transcranial Magnetic Stimulation) a 16 pazienti in una clinica ambulatoriale a Padova.

I 16 pazienti furono studiati per 21 giorni. Al 9 giorno iniziarono i controlli attraverso i campioni di urine, ed il 69% dei pazienti trattati con TMS presentarono esami delle urine negative, contro solo il 19% del gruppo di controllo, trattato con normali ansiolitici ed antidepressivi.

In seguito anche i pazienti del gruppo di controllo furono trattati con TMS, mostrando risultati simili ai pazienti del primo gruppo sperimentale.

I ricercatori mantennero i contatti con la maggior parte dei pazienti coinvolti nello studio.

Riportiamo le parole del Dott. Bonci: ““While this observation is not part of a rigorous clinical trial follow-up, and should be taken cautiously, the majority of patients who achieved abstinence during the stimulation pilot protocol report that they have maintained that abstinence for more than 2 years. During that time, some patients have requested additional TMS therapy once a week, twice a month, or monthly, and patients can always request additional therapy if they experience cravings. Others report that they have maintained abstinence without additional TMS after the initial set of treatments.”

Ed il gioco è fatto, il modo in cui viene condotta la narrazione dei fatti, come insegna Alessandro Baricco6, è fondamentale per l'impressione lasciata nel lettore e nell'ascoltatore.

Il disclaimer iniziale di Bonci è apprezzato e d'obbligo ma, mentre la folla a questo punto osanna al miracolo, ed il miracolo è nato dalla sperimentazione animale, pur dolorosa, ma indispensabile punto di partenza, senza la quale Alessandro Magno non avrebbe potuto conquistare l'Asia minore.

Da persona che tanto ha lavorato tanto con pazienti affetti da dipendenze patologiche e da umile studente di filosofia della scienza non posso non sottolineare il misterioso salto metodologico, la trasposizione tout court dagli animali all'uomo.

Un lettore attento, con un mimino di preparazione e dotato di una base di pensiero riflessivo non darebbe per scontato questo salto narrativo, e andrebbe piuttosto a coltivare un sospetto, che la sperimentazione animale serva non come fatto ma come narrazione, un racconto di presunta efficacia di una determinato trattamento che si può allora sperimentare sull'uomo.

Attenzione, si tratta di un salto narrativo di una certa importanza e di un certo effetto, che predispone il lettore ad accettare la sperimentazione umana, quando dal punto di visto epistemologico, logico e di metodologia della scienza SA ed SU non mostrano legami, se non flebili ed estremamente ipotetici.

Il trionfalismo, appena moderato da un pudico ed ipocrita disclaimer iniziale, sui risultati della sperimentazione umana, sottace molti fattori esaminabili invece all'interno i un paradigma scientifico complesso, non riducibile ad una narrazione del tipo “a trattamento x corrisponde il risultato y.

Nemmeno voglio citare la esiguità del campione, mi si risponderebbe facilmente che si tratta di uno studio pilota.


Ma....

  • Come sono stati selezionati quei 16 pazienti che hanno aderito allo studio tra tutti quelli che afferiscono al servizio? Casualmente? Su base volontaria? Se fossero volontari, come penso sia inevitabile, potrebbero aver risposto i più desiderosi ed i più motivati a curarsi, quelli che maggiormente possono affidarsi con fiducia ad un trattamento nuovo e sperimentale e perciò denotano già un buon rapporto con il personale. Una buona compliance ed una buona relazione sono notoriamente correlati ad un buon outcome, pur se momentaneo.
  • Come estrapolare i risultati agli altri pazienti che afferiscono al servizio e non hanno aderito allo studio ed ancor di più a tutte le persone che usano cocaina nell'area di Padova, in Italia, in Europa, nel Mondo?
  • Come sono stati effettuati i prelievi di urine per attestare la condizione drug free per quanto riguarda la cocaina? Ho personalmente visto ricorrere a veri giochi di prestigio per portare urine “pulite” ma non proprie e così compiacere il personale dei servizi. Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare...
  • Si son testati i pazienti per il drug free da cocaina, ma è stato effettuato il test per altre sostanze d'abuso? Ovvero, siamo sicuri che in quel periodo i pazienti non sono ricorsi ad altre sostanze per sostenere l'astinenza da cocaina?
  • I modelli di assunzione di cocaina e la relativa astinenza sono molto diversi dalla astinenza da eroina ed anche da quella da nicotina e tabacco. Il paziente, anche quello definito compulsivo, può tranquillamente far trascorrere tre settimane da un'assunzione all'altra. Come nello studio. Molti pazienti dalla assunzione compulsiva e dal forte craving possono non sentire il bisogno di toccare eroina durante le vacanze con la moglie ed i bambini e durante una fase favorevole della psicoterapia. E' un andamento a pousses, diverso da dipendenti da eroina, da tabacco e da THC che necessitano di somministrazioni continue.
  • Nella valutazione dei risultati si è tenuto conto che l'unico fattore collegato con l'outcome dalle sostanze d'abuso è il tempo trascorso in relazione significativa con i servizi (fonte: NIDA)? Perchè in questo caso mi chiederei se la condizione cocain-free (non sappiamo però se assumevano altre droghe o psicofarmaci) più che alla somministrazione di TMS potrebbe essere legata al contatto significativo con persone che fanno ricerca e si prodigano per loro.
Potrei continuare all'infinito con le domande, ma ne faccio grazia, consapevole che non esiste la sperimentazione perfetta, ed anche perchè non me la sto prendendo con quei ricercatori, ma con un modo di pensare e fare scienza.

Infatti, lo sforzo di inserire la sperimentazione all'interno di paradigmi scientifici almeno novecenteschi invece che settecenteschi, se non addirittura baconiani, potrebbe pur essere fatto.

Oggi sulle sostanze d'abuso si fa ricerca utilizzando i metodi informatici delle reti neurali all'interno del paradigma della complessità.

Magari i risultati del lavoro preso in esame sono suggestivi, non me la prendo con i ricercatori, nulla di personale.

Però occorre chiedersi quante risorse economiche vengano indirizzate verso ricerche sostenute da paradigmi oramai obsoleti, nella speranza che si trovi il farmaco o il trattamento miracoloso che poi si rivelerebbe la gallina dalle uova d'oro.

La bufala della mappatura del genoma umano non è stata sufficiente e svegliare gli animi e disincantare verso questo modo di fare ricerca ed informazione scientifica.

La ricerca sulla mappatura del genoma umano ha assorbito più risorse dei programmi spaziali. Speravano di renderci consapevoli di tutte le malattie che avremmo avuto, e di spingerci a curarle in anticipo; senza contare il massiccio ricorso agli ansiolitici ed ai trattamenti psichiatrici che avrebbe comportato la certezza di morire di cancro al tal' organo o al tal' altro entro 10 anni.

Proprio l'interazione con l'ambiente, l'epigenetica e l'estrema complessità dei processi che presiedono allo sviluppo di una malattia ci ha salvato.

Ma la narrazione che girò sul tema fu potente ed evocativa, nessuno includeva in questa narrazione che il DNA non codificante, ovvero il 95% del DNA, veniva definito “Junk DNA”, perchè non sapevano come spiegarlo.

Oggi sappiamo che il DNA non codificante ha un'importante funzione regolativa, dato ceh l'informazione non passa in maniera asimmetrica dal DNA all'RNA ed alle proteine, ma passa anche dalle proteine al DNA, con la funzione di regolare, ovvero silenziare od esprimere pool genetici.

Tutta la bufala della mappatura genetica con la possibilità di prevedere le malattie si basava sullo studio del 5% del DNA. Questo non era incluso nella narrazione dominante.

Con Alessandro Baricco, non mi illudo che esistano fatti separati dalle narrazioni possibili, la realtà è un misto di fatti e narrazioni.

E la mia è una narrazione sulla narrazione dominante, è la voce del bambino, o del pazzo, che urla “il Re è nudo”.

Quando la madre del giovane Guy de Maupassant chiese a Flaubert di insegnare al figlio come si scrive, Flaubert rispose che Guy avrebbe dovuto osservare e descrivere, ad esempio un albero, come se fosse stato il primo uomo sulla Terra a vederlo.

Ed io così voglio vedere la sperimentazione animale, individuando una semplicistica trasposizione ed un salto logico che salterebbe agli occhi di tutti, se esaminassimo il problema per la prima volta e con occhi innocenti.

Insisto nel parlare di ontologia ed epistemologia e non di etica, perchè nella società liquida descritta da Bauman7 sono previste tribù etiche che hanno egual diritto, ma diversa voce in capitolo secondo gli interessi finanziari che riescono ad influenzare.

Quindi con l'etica non se ne viene fuori.

Dobbiamo quindi chiederci se è ontologicamente possibile assimilare animali umani e non umani e se è epistemologicamente appropriato basare la nostra speranza di salute su paradigmi scientifici quanto meno obsoleti e su narrazioni interessate a scovare la pietra filosofale, ovvero trovare il modo di trasformare in oro qualsiasi metallo, perdendo così la complessità dell'esistere.

Per finire, riguardo alla sostanze d'abuso e di quanto sia illusoria o strumentale la riduzione del trattamento ad uno schema organicistico, vorrei citare le parole di Luigi Cancrini8, autorità indiscussa nel campo, scritte nel 1987 ma, purtroppo, ancora valide:
La terapia delle tossicodipendenze è un problema di Psicologia Clinica?
L'assetto dei servizi, la loro gerarchia interna, le indicazioni che vengono dal modo in cui vengono spesi soldi, pubblici e privati, sembrano proporre risposte negative a questo quesito. I giornali sono pieni di notizie relative alla disintossicazione rapida e e ai grandi educatori o a personaggi istrionici che si travestono da grandi educatori.
Nelle facoltà di medicina, il capitolo sulle tossicodipendenze è affrontato, di scorcio, dei programmi di farmacologia. Le famiglie vengono spinte sempre più spesso a organizzare strutture di controllo e la ricerca della droga nelle urine è diventata routine nei laboratori di analisi: si cercavano lì, un tempo, quando le persone erano importanti per il medico di famiglia, le tracce d'albumina, si cercano lì oggi, correntemente, le tracce di tetraidrocannabinolo (nostro figlio ha fumato uno spinello?) o di eroina (sì è fatto? È tossicomane?).
Eppure......
Osservato dal punto di vista di chi conosce il problema, l'insieme delle tendenze elencate qui sopra si propone, in effetti, come il frutto di un malinteso. Di un errore catalogabile sul versante degli imbrogli a parte di chi ci fa soldi (l'industria farmaceutica che produce e vende miliardi di lire di reattivi per l'analisi delle urine e del sangue; medici sprovveduti ma non tanto che continuano a promettere guarigioni basate su interventi di tipo farmacologico); su quello dell'ingenuità da parte di chi i soldi li spende inseguendo fantasie di guarigione o di redenzione; su quello dell'ignoranza (o della mancanza di informazioni utili) dalla parte degli amministratori e dei giornalisti che continuano a negare il problema cruciale del tossicomane e che è appunto un problema di psicologia clinica, e che continuano a saldare il cerchio (a fare da tramite o da mezzani) fa ignoranti furbi e e ignoranti da loro ingannati, fra guaritori e vittime del malinteso.
Un libro come quello che ho il piacere di presentare potrebbe essere importante, mi pare, soprattutto per questo. Portando al centro dell'attenzione la persona (invece delle sostanze) esso consente di fornire informazioni utili in tema di dipendenza e di terapia della dipendenza a tutti quelli che (giornalisti o medici, educatori parenti o teorici) avranno il tempo di leggerlo: consentendo loro di sciogliere (dentro di sé: prima di tutto dentro di sé) il malinteso della cultura in cui ci troviamo immersi su cui si basa, oggi, la complicità sostanziale fra un sistema culturale (antropologicamente: della cultura in cui ci troviamo immersi) e le organizzazioni delinquenziali del narcotraffico.
Organizzazioni cui niente di meglio si potrebbe offrire, per potenziare o mantenere le loro attività, di una prevenzione basata sulla favola di cappuccetto rosso (il bambino che se ne vada solo viene ingannato da lupo che offre droga) e di una terapia basata su quella di Cenerentola (la fata e il principe: un miracolo che viene da fuori liberando la persona da una schiavitù che è esterna a lei).
Duro e paziente, il lavoro dello Psicologo Clinico richiede tutt'altro tipo di impegno o di conoscenza.
Richiede, soprattutto, capacità di cercare e leggere, nel profondo delle persone, la storia del conflitto su cui esse si sono bloccate.
Di riprendere il filo smarrito di un'esistenza sospesa dalla consuetudine della droga.
Come accadeva in un'altra fiaba, quella che si richiamava al sonno senza tempo della bella
addormentata, lavorando per incontrare, dopo averne seguito a lungo le tracce nella selva ricca di rovi e di spini, di buio e di angosce, la persona che ha perso il senso della sua vita. Accompagnandolo fuori dal bosco all'interno di uno sforzo graduale e paziente che è la parte più faticosa della risoluzione (quella da non raccontare ai bambini) e che si chiama comunque, qualunque sia il setting all'interno della quale la si istituisce, psicoterapia. Utilizzando gli strumenti che sono quelli su cui si basano (dovrebbero basarsi) la formazione e la competenza dello Psicologo Clinico.
Di colui che intuisce e poi conosce (avventura che si rinnova ogni volta) i percorsi interni di una scelta e di un blocco, di un bisogno e di una impossibilità nascosta, insieme, dietro una dipendenza da droga.

1Docente a contratto di Modelli Clinici delle Dipendenze presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia dell'Università di Roma La Sapienza. Psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Studente presso il corso di Laurea in Scienze Filosofiche dell'Università Statale di Macerata. roberto.mucelli@uniroma1.it
2 WITHEHEAD Alfred North, RUSSEL Bertrand, 1950, Principia Mathematica, 2a ed. vol 1 Cambridge University Press, London
3BATESON Gregory, 1972, Steps to an ecology of mind, Chandler Publishing Company; tr. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1976
4Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 2013, American Psychiatric Association
5CIMATTI Felice, Filosofia dell'animalità, Laterza, Bari 2013
6BARICCO Alessandro, 2017, Alessandro Magno. Sulla narrazione, Mantova Lectures
7BAUMAN Zygmunt, Modernità liquida, Laterza, Bari, 2006
8 La terapia delle tossicodipendenze è un problema di Psicologia Clinica?
Introduzione di Luigi CANCRINI a Roberto MUCELLI, Guglielmo MASCI (1996): " Tossicodipendenze: curare, guarire, assistere. Lo Psicologo Clinico lavoro " Angeli, Milano.)

sabato 27 febbraio 2016

L'Uomo e la Biosfera: il perchè della scelta vegetariana

L'Uomo e la Biosfera: il perchè della scelta vegetariana


Il termine biosfera è stato utilizzato per la prima volta dal teologo e filosofo gesuita Teilhard de Chardin, citato da Arnold Toynbee:

La biosfera è una pellicola di terra asciutta, acqua ed aria che avvolge il globo del nostro pianeta Terra. Essa è l'unico habitat esistente, - e per quanto ci è dato di prevedere anche l'unico a cui si potrà accedere in futuro- di tutte le specie di esseri viventi, uomo compreso, a noi note”1
Nella seconda metà degli anni '70 del '900 autori come Arnold Toynbee2 ed Hans Jonas3 rilevano il capovolgimento totale del paradigma che ha caratterizzato da sempre il rapporto Uomo-Natura: da sempre in lotta per proteggersi dalla natura, a partire dal '900 l'Uomo attraverso l'assunzione totalizzante di un paradigma prometeico4 è diventato in grado di distruggere la biosfera, unico tra tutte le specie viventi.

Si tratta di una totale inversione del paradigma classico, all'interno del quale l'uomo doveva ricavare il suo posto ed il suo ruolo all'interno della biosfera, entrando in competizione (e in relazione) con gli altri elementi per costruire e garantirsi la vita.

L'uomo ha sempre dovuto difendersi dalla Natura, anche se la sua particolare attitudine all'esercizio del potere ed alla predatorietà disequilibrata lo ha caratterizzato da sempre, come narra Sofocle nel Coro dell'Antigone.5

Caratteristico della Modernità, datata convenzionalmente dal 1789, anno della rivoluzione francese , è il tentativo spasmodico di realizzare quanto dettato dal Genesi, 1,28: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mere, sui volatili del cielo su bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Ovvero realizzare il totale dominio dell'uomo sulla biosfera.

Per la verità esiste un orientamento esegetico che analizza l'originale verbo ebraico, tradotto poi con i termini “soggiogatela” e “dominio”: si tratta in realtà di un verbo che deve essere tradotto come “governare”. In conformità alla provenienza antropologica e culturale delle narrazioni orali diffusi tra popoli dedicati alla pastorizia, poi raccolte nei libri poi riunti nella Bibbia, si trattava del verbo che i pastori utilizzavano per il buon governo degli armenti.

Le prime traduzioni dall'ebraico al greco in realtà rispettano il concetto del buon governo, dato che la traduzione greca utilizza il verbo αρχη`, il verbo che significa “iniziare”, “principiare”, e che nel greco classico ha a che fare appunto con il “buon governo”.

Tuttavia, in tutte le edizioni della Bibbia da me consultate ho trovato le parole dominio ed assoggettamento, pertanto, purtroppo sembra proprio che si debba considerare questa come interpretazione corrente, almeno fino a che non verrà modificata la traduzione dalla Conferenza Episcopale Italiana. Da notare che l'attuale magistero ufficiale della Chiesa, espresso dal Pontefice Francesco I, Jorge Bergoglio nella sua enciclica “Laudato Si'” interpreta il passo in difformità dalla traduzione vigente, e lo interpreta nel senso del “buon governo” della Natura e non dell'assoggettamento. 6.  Si tratta di un importante allargamento degli orizzonti della Chiesa che, da Papa Bergoglio in poi,  potrebbero diventare non esclusivamente antropocentrici.

Il dominio dell'uomo sulla Natura, favorito da una tecnologia autoreferenziale, non vincolata da riflessioni di carattere etico-ambientale e subordinata alla logica del profitto e del potere, è iniziato a partire dalla prima Rivoluzione Industriale e proseguito, esaltato e veicolato dal trionfo delle macchine nelle due guerre mondiali del '900 e dal pensiero totalitario che in quegli anni ha contraddistinto l'umanità7.
Missione dei tempi che succederanno al Postmoderno8 sarà quella di disinnescare i pericoli creati da questo scenario surreale: una specie, l'Uomo, che invece di trovarsi a combattere per la vita all'interno della biosfera, può distruggerla, annientando ovviamente anche se stesso.

Occorre un'inversione di tendenza, una rinuncia al dominio, all'assoggettamento. Una rinuncia alla illimitata volontà di potenza che nell'era moderna trova il suo supporto nelle leggi dell'economia, della finanza e dello sviluppo a tutti i costi. La volontà di potenza dell'uomo a scapito della biosfera stessa è una condizione suicidale e quindi surreale che si fonda sulla illusione nevrotica del progresso a tutti i costi e sulla quasi divinizzazione delle relazioni sociali tra soggetti collettivi, a scapito del considerare l'uomo nella rete di relazioni propria della intera biosfera.

L'uomo sembra problematizzare la relazione solo nel sociale, all'interno della sua stessa specie, sentirsi misura di tutte le cose e fine ultimo di tutto, in diritto di fare come meglio crede delle altre creature animali e vegetali e degli ambienti naturali. In altri termini il violento Moderno ed il suo figlio storpio e cieco detto Postmoderno9 soffrono di un male puntualmente diagnosticato in maniera molto simile da due personaggi molto diversi fra loro, il sacerdote gesuita Teilhard de Chardin, che ha parlato di Totalitarismo Sociale10 e Theodor Kaczinsky, il famoso Unabomber, che nel suo “Manifesto” parla di Sovrasocializzazione.
La strada per questa inversione di tendenza, ovvero la strada che conduca l'Uomo al suo posto, in rapporto dinamico con tutti gli altri elementi della biosfera e non pericolosamente sovraordinato ad essa, ci è stata indicata poco più di 2000 anni fa.

La via ci è stata indicata attraverso una storia straordinaria, quella di Yehoshùa,un rabbi rivelatosi come Uomo-Dio. Non è stato il primo esempio ed unico di Uomo-Dio: lo erano i Faraoni, lo erano gli Imperatori Romani, lo è stato Hiro Hito, imperatore del Giappone, considerato divino fino al 1946.

La straordinarietà di questa storia risiede nel fatto che Yehoshùa, l'Uomo-Dio, non è un'imperatore ma un semplice falegname, un falegname che attraverso l'evangelico messaggio di umiltà e comunione, il messaggio di rinuncia al potere materiale ha trasformato il terribile dio etnico Yahveh in un Dio d'amore verso tutti i popoli.

Se uno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua... infatti, che giovamento ha l'uomo se guadagna il mondo intero ma perde l'anima sua?” Matteo 6, 28-29.

Il soddisfacimento materiale può far perdere l'anima, il senso della vita. Una posizione di dominanza sulla Natura per il proprio soddisfacimento materiale e per il gusto del potere fa perdere all'Uomo la sua anima, che può essere ritrovata solo nel pieno inserimento nel flusso dinamico della vita, nelle relazioni esistenti nella biosfera.

L'inversione di tendenza quindi è la rinuncia alla superiorità e l'inserimento umile nel flusso della vita.

L'occidente in questo ha seguito più il padre di Francesco d'Assisi, mercante, che Francesco stesso.11

L'Uomo può scegliere il bene o il male, ed è per questo che la specie umana si è dotata di quel gioco linguistico, quella forma di vita12 a cui diamo il nome di Etica.

Hans Jonas13 ci parla della responsabilità etica che la specie umana ha nei confronti della vita stessa, dove il bene è che la vita continui, il male che la vita finisca, non la vita individuale ma la vita della biosfera nel suo complesso.

Non riusciremo a seppellire la Modernità e le sue mostruosità totalitarie e massificanti, l'uso dominante della tecnologia al servizio della economia e della finanza, finchè l'uomo non si prenderà la responsabilità di scegliere la vita ed evitare nella misura del possibile tutti gli atti che possano danneggiare la biosfera.

Il cambiamento dovrà essere graduale, dovrà essere una rivoluzione senza violenza, ma determinata, anche dolorosa perchè deve necessariamente comportare delle rinunce rispetto al nostro stile di vita occidentale.

D'altra parte l'uomo stesso potrebbe beneficiarne, in termini di salute, attraverso un'alimentazione più moderata e meno legata alla industria alimentare. Attraverso una vita più lenta e spirituale. 

E' suggerito dalla ricerca scientifica e dal paradigma PNEI (PsicoNeuroImmunoEndocrinologia) che in questo modo sarebbe possibile ridurre significativamente l'incidenza del cancro e delle malattie cardiocircolatorie, nonché l'incidenza delle nevrosi narcisistiche, delle nevrosi d'ansia e della depressione, quest'ultima legata a problemi di tipo infiammatorio.14

E' vero che dal punto di vista evoluzionistico la vita si è sempre nutrita della vita, animale o vegetale che sia. Questo è un punto ineludibile.

L'Uomo tuttavia, pur trattandosi di una specie fondamentalmente malvagia, ha possibilità di scegliere e quindi anche di promuovere la vita, ovvero il bene. 

In questo senso, la scelta vegetariana o, meglio ancora vegana, nel voler riconoscere lo statuto di individuo irripetibile, lo statuto di “soggetto di una vita15 agli animali abitualmente uccisi per scopo alimentare o pseudo-scientifico (pensando alla sperimentazione) costituisce un importante testimonianza, un baluardo in favore della vita, testimoniando la possibilità di rinunciare ad un piacere personale in funzione della possibilità che altri essere viventi possano continuare a compiere il ciclo della loro esistenza.

Uomini appartenenti alle opulente società Americane ed Euroasiatiche sono benissimo in grado di poter scegliere di escludere animali dalla propria dieta, attraverso la rinuncia ad un piacere meramente materiale.

Rispetto e promozione della vita, boicottaggio attivo degli allevamenti industriali, comportamenti ed acquisti eco-sostenibili, riconversione della tecnologia al servizio della biosfera, spiritualità e senso della sacralità della vita in tutte le sue manifestazioni, rivalutazione dei soggetti individuali rispetto al collettivismo della società di massa sono alcune linee guida di un umanità che voglia definitivamente seppellire la Modernità, soprattutto le sue derive violente e minacciose, per poter guardare oltre.

1Arnold J. Toynbee, “Mankind and Mother Earth”, Oxford University Press, 1976

2op. cit.

3Hans Jonas, “Il principio responsabilità”, Einaudi, 1979

4Pierre Hadot, “Il velo di Iside. Storia dell'idea di natura”, Einaudi, 2006

5Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell'uomo nulla, vedi, è tremendo.
Va sul mare canuto nell'umido aspro vento, solcando turgidezze che s'affondano in gorghi sonori.
E la suprema fra gli dei, la Terra,
d'anno in anno egli affatica d'aratri sovvertitori e di cavalli preme tutta sommovendola.
E la famiglia lieve degli uccelli sereni insidia, insegue come le stirpi ferine, come il popolo subacqueo del mare,scaltro, spiegando le sue reti, l'uomo:
e vince, con frodi, vaghe pei monti le fiere del bosco:
stringe nel giogo, folta di criniera, la nuca del cavallo e il toro piega montano, infaticabile.
Diede a sé la parola, il pensiero ch'è come il vento, il vivere civile, e i modi d'evitare gli assalti dei cieli apertie l'umide tempeste nell'inospite gelo, a tutto armato l'uomo: che nulla inerme attende dal futuro.
Ade soltanto non potrà mai fuggire, se pur medita sempre nuovi rifugi a non domati mali.
Con l'ingegno che supera sempre l'immaginabile, ad ogni arte vigile, industre, egli si volge al male, ora al bene.
Se le leggi osserva della sua terra e la fede giurata agli Déi di sua gente, sé con la patria esalta;
un senza-patria è chi s'accosta, per la sua folle audacia, al male."

6Jorge Bergoglio, “Laudato Si'”, Piemme, 2015

7Non bisogna confondere totalitarismo con autoritarismo : i regimi Fascista, Nazista e Comunista furono autoritari, ma tutto il novecento nel suo complesso fu totalitario, ivi comprese le Democrazie Parlamentari: 
“Il concetto di totalitarismo di per sé rinvia a quei fenomeni di coinvolgimento “totale” degli individui e della società intera nei processi di trasformazione, mobilitazione o anche rinnovamento che possono essere visti come intrinseci alla modernità sin dalla rivoluzione francese. A quella lontana stagione rivoluzionaria … all'origine della nostra vicenda contemporanea.. possono essere fatti risalire anche altri aspetti totalitari della modernità...: il dominio dell'ideologia... la spinta disciplinare e pedagogica, l'affermazione contro le religioni storiche di una religiosità politica propria, non priva di elementi sacrali e rituali, e infine lo stesso esercizio della violenza che fu proprio del terrore giacobino.”  In: Raffaele Romanelli, “Novecento. Lezioni di Storia Contemporanea”, Pag. 129, Il Mulino, 2014.
Insomma, il totalitarismo così definito è proprio delle società di massa, ivi comprese le democrazie sociali e liberali che, peraltro, nel primo decennio degli anni 2000 non esitarono a violare direttamente i diritti umani e favorirne la violazione per “esportare la democrazia” e lo stile di vita e di consumo tipico dell'occidente.

8Flavia Conte (a cura di), “Conversazioni sul Postmoderno”, Mimesis, 2013

9op.cit.

10Pierre Teilhard de Chardin, “L'ambiente divino. Saggio di vita interiore.” Queriniana, 2009

11Arnold Toynbee, op. cit. pag. 30

12Ludwig Wittgenstein, “Ricerche Filosofiche”, Einaudi, 2009

13op.cit.

14Francesco Bottaccioli, “Meditazione, psiche e cervello”, Tecniche nuove, 2012


15Tom Regan, “Diritti Animali”, Garzanti, 1984

venerdì 15 gennaio 2016

Collettivismo e nevrosi del nostro tempo

Collettivismo e nevrosi del nostro tempo

Il Novecento, la tecnica ed il collettivo

Il Novecento è un secolo la cui lunga ombra si distende fino ai nostri giorni, non ancora epurati dai sui progressi, dai suoi guasti, dalle sue distruzioni.

E' interessante notare come ciascuna fase storica abbia le sue nevrosi caratteristiche. Il Novecento, che è il secolo del progresso, delle grandi macchine, delle masse collettive, del trionfo dell'Homo Faber sull'Homo Sapiens1, si apre con una guerra che rivoluziona totalmente il modo di combattere fino allora adottato dall'umanità: la Grande Guerra è il trionfo della tecnica sull'individuo.

Ora, l'artiglieria e la sua eccezionale potenza di fuoco rendevano il nemico invisibile e la morte collettiva, anonima, inesorabile (corsivo mio)”2. La morte anonima stroncava gli entusiasmi con i quali un'intera generazione, giovane, borghese, intellettuale e , per quanto riguarda l'Italia, intrisa di chimere e di fiamme risorgimentali ed irredentiste, aveva intrapreso con entusiasmo soggettivo l'impresa bellica: “In questo inferno, una generazione partita con entusiasmo sentì subito svanire l'idea della guerra come una gloriosa azione in cui far rifulgere eroismo, coraggio, iniziativa individuale.3

In questo terrificante anonimato collettivo la vana ricerca del “volto dell'altro”4 assumeva toni tragici e surreali quando, secondo il racconto di un anziano del posto che ebbi modo di incontrare durante una visita alle trincee nel Veneto, gli abitanti di Misurina, italiani, combattevano contro gli abitanti di Cortina, distante pochi chilometri, austriaci. Si combatteva spesso contro amici, parenti, colleghi; i contendenti, per lo più contadini ed allevatori, non parlavano né il tedesco né l'italiano. Parlavano Veneto. Negli intervalli tra un assalto e l'altro uscivano dalle trincee, distanti non più di 20-30 metri l'una dall'altra, e si scambiavano sigarette e grappa; per poi tornare in trincea e continuare un'assurda pantomima nella quale perdere la vita, se non durante un'assalto, era un caso legato ad un attimo di distrazione, di abbassamento delle difese dovuto alla noia. Ed in un attimo si poteva essere colpiti dal fucile nemico, stavolta anonimo, magari imbracciato dalla stessa persona con la quale ci si era scambiati la grappa il giorno prima, quando era possibile riconoscerne il volto.5

Nevrosi da guerra

E l'individuo, stroncato dalla terribile anonimità del proiettile proveniente dalla trincea opposta, spesso distante poche decine di metri, stroncato dalla insensatezza delle lunghe attese, dall'insensatezza degli assalti comandati per conquistare il nulla, quel piccolo pezzo di terra di nessuno tra le trincee, reso surreale dalla assenza di vegetazione6 e dalla presenza di cadaveri, crollava preda di nevrosi di guerra fino ad allora sconosciute.

Oggi conosciamo bene le nevrosi di guerra, dallo studio delle quali è partita la concettualizzazione del Disturbo da Stress Postraumatico PTSD, riscontrabile in quei casi in cui l'individuo va incontro a forti traumi, non necessariamente di origine bellica.

Durante la Grande Guerra ebbe inizio lo scontro dell'Individuo contro la Tecnica, che vide quest'ultima trionfante sino ai nostri giorni, nei quali la la Tecnica, longa manus della Finanza e del Potere, apparentemente in aiuto degli individui, rende oggetto e stupra la loro casa comune, una Natura sempre più debole, minacciando l'esistenza stessa della Biosfera.

Durante la Grande Guerra, “Erano... frequenti le esplosioni di follia, i deliri, l'autolesionismo, e poi i blocchi psicomotori, spasmi allucinazioni, paralisi, cecità, sordità e mutismo, e ancora depressione, regressioni animalesche, malinconia”7

Questi “malati non malati”, senza ferite evidenti, piuttosto che essere ospedalizzati e curati, scambiati per semplici codardi venivano gerarchicamente restituiti al fronte, per paura della renitenza.

Fu durante la seconda guerra mondiale, che proseguì e celebrò fino all'olocausto atomico il trionfo della tecnica sull'individuo, che le nevrosi di guerra furono finalmente riconosciute e curate.

Wilfred Bion, psicoanalista e teorico della psicoanalisi, le cui teorie furono fondamentali per il pensiero psicoanalitico dal dopoguerra fino ad'oggi, iniziò a lavorare come Psichiatra con le persone afflitte da nevrosi di guerra: a partire da questa esperienza sviluppò le sue monumentali teorie sulla dinamica dei gruppi.8

Il Postmoderno e le sue patologie

Ed oggi? Il Collettivo spersonalizzante permane, spogliato però dai grandi sistemi ideologici che di quel collettivo furono il veicolo: Democrazia Parlamentare Rappresentativa, Totalitarismo Comunista, Totalitarismo Fascista. E' il Postmoderno descritto da Lyotard9, nel quale si assiste al crollo dei grandi sistemi di riferimento.

Per parafrasare il grande maestro Woody Allen: “Il Totalitarismo Fascista è morto, il Totalitarismo Comunista è morto, ed anche la Democrazia Parlamentare Rappresentativa, ultima sopravissuta del Novecento, non si sente bene”.

Nel vuoto dei riferimenti ideologici e religiosi, in un epoca in cui la Modernità Illuminista ha destituito il Sacro riducendolo ad un racconto per bambini oppure a superstizioni con cui nutrire ingenui ed anime semplici, il Collettivo del '900 è rimasto intatto e terrificante.

Il Collettivo è deducibile anche dalla semantica in uso corrente, secondo la quale i principali soggetti degli eventi occorrenti non sono persone, individui identificabili ma soggetti collettivi come: Mercati, Finanza, Economia, Sindacati, Partiti, Istituzioni, Imprenditori, Lavoratori, Elettori, Borghesi, Migranti, Proletari, Capitalisti, Democrazia, Parlamento, Commissioni, Tavoli, Stati Generali, Stake-holders, Consiglio dei Ministri, Agenzia delle Entrate, Borse, Banche, Massoneria, Stato, Mafia.

Sappiamo quanto sia difficile e quanto possa rivelarsi inutile aspettarsi di interloquire con Individui Responsabili quando ci rapportiamo alla Pubblica Amministrazione, più sgherri del Collettivo, guardiani del Castello10 ,che funzionari in servizio per i cittadini.

Viene da chiedersi quanto possano essere fallaci e paranoiche le ipotesi riguardanti l'esistenza di un Gran Burattinaio che manovra nascosto dietro le quinte o quanto piuttosto, ipotesi vieppiù terrificante, che gli eventi siano condizionati da un sistema basato sul Collettivismo e l'Anomimato... che l'individuo non si scontri con altri individui, pur potentissimi ed occulti, ma si scontri con un intero sistema basato sul collettivismo e l'anonimato, un po' come la Mano Invisibile pensata dall'economista inglese Adam Smith11, null'altro che una funzione di autoregolazione di un sistema autoreferenziale e negativamente entropico.

L'era del Narciso dipendente

Nella nostra epoca, in reazione alla caduta postmoderna delle ideologie ed al collettivismo dominante, gli individui riconvertono l'investimento libidico, originariamente destinato al mondo esterno, sul proprio Sè, originando nevrosi di tipo narcisistico12 e dipendenze patologiche.

L'iperinvestimento del sé, il vivere in mondi fantastici, pretendere di abitare i castelli in aria che abbiamo costruito, spesso è una reazione al sentire che la nostra possibilità di incidere sul mondo è scarsa.

Questo fenomeno ricade purtroppo sulle giovani generazioni, ipereducati, iperqualificati, con aspettative altissime, ma spesso increduli ed impotenti rispetto alle vere e durissime regole del gioco.

Qualcuno si salva grazie alla rete di relazioni familiari, altri vedono spezzarsi i sogni sulla barriera del collettivismo, della antimeritocrazia, una barriera sulla quale il collettivismo infrange la responsabilità soggettiva, individuale.

Iperinvestire il a scapito della realtà esterna. Negare la propria fragilità sul piano affettivo e la difficoltà di creare legami intersoggettivi importanti e duraturi, quindi rivolgersi in maniera massiccia, egosintonica e culturalmente accettata, verso l'uso di sostanze ed altre forme di dipendenza, alimentare, gioco d'azzardo, shopping compulsivo.

Tutto, purchè si possa eccitare il nostro sistema di ricerca mediato dalla Dopamina, però come in un gioco, senza incidere minimamente sul Collettivo con il quale non ci possiamo scontrare, che non possiamo sovvertire.


Rebel Rebel, omaggio al Duca Bianco

Quali antidoti? Dalla disobbedienza civile di Thoreau13, dai vagabondaggi di Keruack,14 alle rivoluzioni di Steve Jobs15 e Mark Zuckenberg, che ribaltano il rapporto di dominanza della Tecnologia sull'uomo e la riportano al servizio del soggetto e della intersoggettività, passando per Gregory Bateson16 ed il suo concetto di Struttura che cancella la separazione introdotta dalla Modernità tra uomo e natura, tra soggetto ed oggetto, per arrivare al monumentale magistero che Jorge Bergoglio ha espresso nella sua Enciclica Laudato sì17 , passando per Mitnick18 e tutto il movimento Hacker White-Hat volto a scardinare il monopolio anonimo della conoscenza per metterla a disposizione di tutti coloro che, attraverso il web possono recuperare la loro soggettività.

Accostamenti arditi, improbabili, voglia di “individuo collegato con altri individui”, voglia di rivoluzione intersoggettiva che si esprime, contro il collettivo, in maniera ancora confusa attraverso l'accesso facilitato alla intersoggettività del web 2.0, attraverso i social media, anche attraverso l'apparentemente banale voglia di selfie, che mettono il proprio volto a disposizione di altri volti, attraverso la disobbedienza civile, attraverso lo sviluppo di nuove forme di empatia verso i poveri del terzo millennio, verso la natura stuprata, verso gli animali ridotti a cose... voglia di costruire nuovi modelli di convivenza in microcomunità fondate sulla dimensione intersoggettiva, sul rapporto tra soggetti piuttosto che sul rapporto tra un soggetto ed i suoi oggetti...  voglia di disobbedienza, di ribellione...

Lasciamoci quindi sulle note del Duca... ciao David, continua a ribellarti con noi...



1Hans Jonas, Il Principio Responsabilità, Einaudi, 1979
2Raffaele Romanelli, Novecento. Lezioni di Storia Contemporanea. p. 10 Il Mulino, 2014
3Raffaele Romanelli, ibidem
4Emanuel Lèvinas “Totalità ed infinito”. Jaca Book, 1983
5Ernst Junger, Tempeste d'acciaio
6Ernst Junger, ibidem
7Raffaele Romanelli, ibidem
8Wilfred Bion, Esperienze nei gruppi, Armando, 1997
9Flavia Conte (ed.), Conversazioni sul Postmoderno, Mimesis, 2013
10Franz Kafka, Il Castello, Garzanti, 1991
11 Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, 1976
12Luigi Turinese, L'anima errante: variazioni su Narciso, Flower, 2013
13Henry Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi, BUR, 1998
14Jack Kerouac, I Vagabondi del Dharma, Mondadori, 1968
15Walter Isaacson, Steve Jobs, Simon & Schuster, 2011
16Gregory Bateson, Mente e Natura, Adelphi , 1984
17Jorge Bergoglio, Laudato sì, Piemme, 2015

18Kevin Mitnick, L'arte dell'intrusione, Feltrinelli, 2005

martedì 5 agosto 2014

Sulla cura di sé e sull'Otium necessario al vivere

Sulla cura di sé e sull'Otium necessario al vivere


Stress correlato al lavoro.

Stress correlato alla mancanza di lavoro.

Stress correlato alla mancanza di tempo libero.

Stress correlato, paradossalmente, al  tempo libero, quando vissuto in un modo concitato, iper-organizzato.

 Stress correlato perfino alla antica pratica antropologica del dono, magistralmente descritta da Marcel Mauss nel "Saggio sul dono": se il povero Marcel vedesse oggi un centro commerciale sotto Natale uscirebbe dalla tomba e straccerebbe il suo lavoro.

Prendiamoci una pausa e curiamo lo stress leggendo insieme un saggio della scrittrice inglese Vernon Lee, pseudonimo di Violet Paget, conoscitrice del Rinascimento, lesbica e femminista, che visse a Firenze dal 1889 fino alla sua morte nel 1935. 

Curiamo lo stress occupandoci dell' Otium, esaltato da Cicerone  ed Orazio e ripreso in tempi più recenti da Bertrand Russell. 

Giovanni Bellini, San Girolamo leggente nel deserto, 1505
San Girolamo è considerato da Vernon Lee il patrono dell'Otium


L'Otium non è semplicisticamente un tempo libero in cui non fare nulla, si tratta piuttosto di uno stato  d'animo, un tempo in cui possiamo sentirci liberi  "di fare quel che ci piace e di avere un bel po' di spazio per farlo" , scrive Violet, alias Vernon. 

L'Otium quindi "ha bisogno di essere suffragato dai nostri sentimenti perché non è una caratteristica del tempo, quanto un particolare stato d'animo"; una disposizione, una mentalità, diremmo oggi. Una propensione alla libertà di contemplare, pensare, fare… rigorosamente posti in questa consecutio. 

L'Otium spesso non è reso possibile da mille giustificazioni razionalizzanti: impegni, soldi che non bastano mai per coprire spese per cose sulla cui reale utilità ci dovremmo ben interrogare, lavoro,  famiglia che invece di essere sentita come un privilegio ed una risorsa viene spesso presentata come un impegno al quale attendere con dovere e fastidio.

Dietro queste razionalizzazioni spesso si nasconde un vero e proprio horror vacui che porta le persone a correre nella ruota come criceti in gabbia, come se la corsa fine a se stessa fosse l'unica alternativa vitale all'incontro con i propri fantasmi.

Hans Jonas ne "Il principio responsabilità" sottolinea come nei nostri tempi l'homo sapiens sia sostituito dall'homo faber, attraverso un cieco assoggettamento alla tecnica, alla produzione, agli interessi materiali ed al "fare" fine a sé stesso. 

Sappiamo che il "fare" è un grande antidepressivo, una fuga da quelli stati di malinconia che viceversa potrebbero portare ad una riflessione sistematica sulla propria vita, alla valutazione circa la corrispondenza e l'armonia tra la vita condotta, la propria personalità e le proprie inclinazioni.

Verso i propri fantasmi è importante esercitare l'aletheia, il non-nascondimento.

Così, nel  caso caso in cui non dovessimo riscontrare la corrispondenza e l'armonia desiderabili tra vita vissuta ed inclinazioni personali, l'aletheia ci permetterà di alzare le vele per mari non ancora esplorati, ci permetterà di navigare e cercare acque nelle quali sia possibile trovare un maggiore rispecchiamento.

Scrive ancora Vernon Lee: "La paura della noia, la paura del crollo morale che comporta, ingombra il mondo di spazzatura: … per molte persone… il mondo è come la soffitta di un pittore ove una tela mezza imbrattata tre metri per due (e qui il mio pensiero tristemente si rivolge a Pollock, n.d.r.) nasconde la Gioconda appesa al muro e la Venere nell'angolo, ed offusca la vista delle incantevoli cime degli alberi, dei frontoni e dei lontani prati dalla finestra."

Attenzione quindi ad abusare del "fare" come antidepressivo; questa modalità comporta importanti danni sul piano psicologico soprattutto per tutte quelle persone "…il cui pensiero si libra su luoghi remoti, ruota e poi piomba sulla preda e la ghermisce, come non sarebbe possibile cacciando appostati tra i cespugli" ; tutte quelle persone dotate di leggerezza e rapidità di pensiero ed espressione, doti che Italo Calvino, nelle Lezioni Americane, considera come aventi valore assoluto nell'espressione linguistica scritta.

Le persone di questo tipo non sono necessariamente rivelate come geni, artisti o letterati, benchè possiedano leggerezza e rapidità di pensiero e sensibilità d'animo: molte di queste persone, e ne ho riscontro anche nella attività psicoterapeutica, sono, ahimè, imprigionate nella gabbia dell'horror vacui, irregimentate in realtà esistenziali all'interno delle quelli il pensiero libero non si può esprimere.

Ed è così che "… coloro che sono nati per la contemplazione e l'armonia e, nello sforzo di essere svelti e pratici, nella lotta per il successo e le conoscenze giuste perdono, atrofizzano (ahimè dopo tante e crudeli scottature!)  le loro innate e mirabili facoltà".

Inoltre, "è deplorevole vedere così tante buone qualità sacrificate solo per andare avanti, indipendentemente dal bisogno reale; andare avanti, non importa perché,  e sulla strada verso non importa cosa".

Ed è così che le pressochè infinite  possibilità di una mente libera, che abiti un tempo libero e personale, vengono sacrificate al grande Moloch della produttività materialistica e del falso ed ingannevole tempo-contenitore.

D'altra parte "Il mondo vuole abitanti utili. Sta bene. Ma anche le nuvole che costruiscono ponti sul mare, le tempeste che modellano le cime ed i fianchi delle montagne, sono anch'esse parte del mondo; e vogliono creature che si seggano ad osservarle ed a scoprire i segreti della loro esistenza e li portino con sé".

L'Otium, all'interno del quale possono essere contenuti elementi come meditazione, cammino, contatto con specie animali diverse dall'uomo, contemplazione e preghiera, costituisce da sempre una cura dell'anima e consente un riconoscimento di tipo ontologico, ancor prima che utilitaristico ed etico, del mistero da cui siamo circondati.

Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1475

Osserviamo San Girolamo, Padre della Chiesa vissuto tra il IV e V secolo, traduttore della Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino, ritratto dal pittore rinascimentale Antonello da Messina  mentre legge, pensa e contempla: 

"San Girolamo, il nostro caro patrono dell'Otium, sta guardando in alto, sognante, oltre la scrivania, ascolta le allodole fuori dall'ampia finestra ed osserva le bianche nubi veleggianti. 

E' meno vivo di quanto sarebbe se i suoi occhi fossero incollati sulla pagina, i pensieri concentrati su un argomento, se la penna stridesse sulla carta e la sua anima fosse dimentica di se stessa? 

In tal caso potrebbe scrivere belle parole, pensare bei pensieri, ma avrebbe mai potuto avere bei pensieri da pensare, belle parole da scrivere, se fosse sempre stato impegnato a pensare e a scrivere, e non si fosse intrattenuto con le allodole, le nuvole o il suo caro leone sullo zerbino, ma solamente con la penna stridula?"

Mi piace una vita piena di prezioso Otium, indirizzata alla cura dell'anima e vissuta nel recupero dell'aspetto sacramentale degli atti pratici della vita quotidiana, ovvero il  "…trasformare le azioni del mangiare, del bere, del dormire, del lavarsi del pulire la casa, per non parlare di matrimonio, nascita e morte, in qualcosa di significativo e non solo animalesco, tracciare il disegno degli anni in giorni, ognuno con il suo significato simbolico e commemorativo la sua carica emotiva"

Perfino la "Regola" dei monasteri benedettini Ora et Labora (et Lege aggiungerei, visto che l'aspetto dello studio è ritenuto fondamentale da San Benedetto; inoltre nella Regola la frase che ci insegnano alle elementari, Ora et Labora, non si trova mai scritta)  in questo senso può,  paradossalmente ma non troppo,  essere vista tutta come un Otium, nel suo far prevalere costantemente l'aspetto contemplativo anche nel lavoro e nelle attività.

A proposito di cura dell'anima, lo storico Pierre Hadot attraverso uno studio filologico del pensiero antico e cristiano presenta degli esercizi spirituali attraverso i quali imparare a vivere, imparare a morire, imparare a leggere (Hadot "Esercizi spirituali e filosofia antica").

Attraverso l'esercizio dell'Otium, attraverso la pratica quotidiana della meditazione possiamo individuare la componente più ricca di fascino della nostra vita: "..l'Otium arresta il tira e molla, la reciprocità improvvisata tra persone e circostanze. 

E' nell'Otium che l'anima è libera di crescere secondo le proprie leggi, organizzata ed armoniosa interiormente, e la propria gerarchia individuale è libera di elaborare sentimenti e pensieri, ciascuno dei quali si allinea e procede capeggiato da un comandate coscienzioso

…. è durante l'Otium che le voci -mentre parliamo con persone care o meditiamo su temi  che ci sono ancora più cari- imparano i modi armoniosi, l'intonazione, l'accento, la pronuncia delle singole parole, e tutto finisce per rientrare in un disegno tipico, ed i lineamenti del volto imparano a muoversi con quella espressività che spesso rende persino la bruttezza più radiante della bellezza. 

E allora, non sarà durante l'Otium, nelle pause della vita, che impariamo a vivere, come vivere e per cosa?"


Vernon Lee, Sull' Otium, in : "Il Palinsesto del Cervello Umano", a cura di  Ottavio Fatica, Il Melangolo, 1995