domenica 11 marzo 2018

Petrademone. Il libro delle Porte. Di Manlio Castagna. Recensione.


 
Petrademone. Il libro delle porte.
Quando arriva a Petrademone, la tenuta tra i monti in cui gli zii allevano border collie, Frida è chiusa in un bozzolo di dolore. Ha perso entrambi i genitori e l'unica cosa che rimane di loro sono brandelli di ricordi in una scatola.
Ma in quello che potrebbe essere il posto ideale dove guarire le ferite dell'anima, qualcosa striscia nell'ombra sotto la grande quercia.
I cani della zona spariscono senza un guaito, come se un abisso li avesse ingoiati.
La zia, colpita da una malattia inspiegabile, rivela a Frida un importante segreto di famiglia.
Insieme ai suoi tre nuovi amici e altri improbabili alleati, la ragazza si trova così a indagare tra strani individui che parlano al contrario o per enigmi, un misterioso Libro delle Porte e creature uscite da filastrocche horror.
Nessuno è chi sembra o pensa di essere, i poteri si rivelano, i mondi paralleli si toccano.
La nebbia si alza densa a Petrademone, e per Frida, Tommy Gerico e Miriam comincia l'Avventura, quella che cambierà le loro vite per sempre”.1
Un libro, uscito nel febbraio 2018, che è già un successo, una vera e propria rivelazione, il primo romanzo di una trilogia (apparentemente) per ragazzi che, secondo le prime recensioni, evoca autori come Burton, Rowling, King, Lovecraft. perfino Tolkien, senza avere nulla da invidiare da ciascuono di loro.
Un libro che non lascia mai una pausa al lettore, somigliando in qualche modo ai cani che ne sono protagonisti: i border collie, sempre pronti ad esseregioiosi ed attivi.
Così, come nella vita con i border collie, il ritmo della narrazione non lascia tregua e questo, come nella vita con i border collie, è contemporaneamente il miglior pregio ed il peggior difetto.
Mai un attimo di noia, emozione splendida e perfino inusuale nella letteratura contemporanea dove i libri vengono troppo spesso misurati a peso, si arriva alla fine senza aver mai respirato; per questo, è un libro che merita almeno due letture: la mancanza di pause pone il lettore in uno stato di scossa emotiva continua; il rischio è quello di perdere molti passaggi sui quali invece è bello fermarsi, girarli e rigirarli nelle mani come un oggetto prezioso, bello, antico, un oggetto a cui siamo affezionati e al quale guardiamo sempre con rinnovata curiosità, considerata la sua capacità di rivelarci aspetti sempre diversi.

 

Opera verticale
Fin qui, un ottimo libro per ragazzi e non più tali, almeno anagraficamente.
Ma c'è di più, molto di più.
Petrademone, il Libro delle Porte, è un romanzo scritto attraverso una dimensione verticale e questa, nella letteratura contemporanea, sembra una novità, per meglio dire un recupero di tradizioni passate.
Il mondo contemporaneo, e di conseguenza la sua letteratura, è descrivibile attraverso la metafora spaziale della orizzontalità: viviamo di reti, di interconnessioni complesse, di legami inter-soggettivi e del tutto orizzontali, dove provare ad evocare un sopra e un sotto richiama immediatamente alla mente una visione assiologica da condannare senza riserve in omaggio al politicamente e culturalmente corretto; miti e narrazioni contemporanei, come quello della rete, vengono attualmente investiti di un potere senza volto, orizzontale e liquido, perfino un po' melmoso, come quando ai social media vengono rimandati poteri di giudizio etico, oppure quando viene utilizzata la rete per approvare o disapprovare strategie politiche.
L'illuminismo, e la conseguente spinta alla secolarizzazione ed all'egualitarismo, l'annullamento del sacro che viene sostituito dal religioso2, le religioni stesse che sembrano contribuire per rpime al processo di secolarizzazione rinunciando al credo per diventare etica formale, hanno decretato l'abbandono di quella verticalità, celebrata invece dal romanticismo e resa un'icona da Caspar Friedrich nel suo Viandante sul mare di nebbia, dipinto del 1818.
Questo romanzo di Manlio Castagna invece, nel solco del pieno romanticismo, evoca la verticalità di una cattedrale gotica, dove le sue guglie più alte danzano con le nubi ai confini del cielo, mentre la cripta nasconde i segreti più mistici insieme agli ossari ed alle memorie.

Spazio verticale e tempo ciclico
Il romanzo si estende tra i due poli di Petrademone e di Amalantrah.
In alto abbiamo Petrademone, la porta del cielo. In basso un'altra porta conduce ad Amalantrah, mondo ctonio e saturnino. Nel mezzo, o meglio nella tensione dinamica tra l'uno e l'altro polo abbiamo 4 ragazzi e 11 border collie, con funzioni narrative e filosofiche diverse.
Questo libro rinuncia alla scansione temporale discreta, tipica del pensiero calcolante, per organizzarsi attorno ad uno scorrere eracliteo che è possibile cogliere, attraverso un pensiero meditante3, solo con occhi fermi che colgano la compresenza del tutto nel dispiegarsi dell'esperienza.
L'unica concessione al tempo che Manlio Castagna si concede nel suo romanzo, riafferma il carattere ciclico tipico dell'eterna contrapposizione tra il buono, il santo (le tre pomeridiane, l'ora in cui Gesù si è sacrificato per l'umanità) da una parte, il malvagio (le tre del mattino, l'ora del Diavolo) dall'altra.
Chi di noi è preda di insonnia ed angosce notturne sa bene che le tre del mattino sono un'ora terribile, esattamente al centro del mare sconfinato della notte, lontane dalla dolce riva dell'addormentamento da cui siamo partiti ed inesorabilmente lontane dall'approdo del risveglio e della luce del giorno, dai quali ci separa un percorso troppo lungo e tormentato per poter essere sopportato.

La porta verso l'alto
Petrademone sorgeva sulla cima di un monte che permette una vista a 360 gradi. La tenuta in cui è ambientato il romanzo faceva parte delle sue pertinenze. “Tutte le mitologie hanno una montagna sacra, variante più o meno illustre dell'Olimpo. Tutti gli dei celesti hanno luoghi riservati al loro culto, sulle cime. Le valenze simboliche e religiose della montagne sono innumerevoli. Spesso la montagna è considerata punto d'incontro del cielo e della terra, punto per il quale passa l'asse del mondo, regione satura di sacro, luogo ove possono attuarsi passaggi i passaggi tra zone cosmiche diverse”.4
Petrademone trae il suo toponimo dal fatto di essere stata un luogo consacrato a Giove Cacuno, il Giove delle cime, come viene citato nel romanzo. La pietra del demonio sarebbe stata la stele successivamente ritrovata con incisa la epigrafe: Iovis cacuno fecit, quindi considerata dai cristiani pietra celebrativa di un dio pagano, di un demonio.
Ma Petrademone continuò ad essere un luogo sacro, perchè successivamente ospitò un cenobio di frati eremiti.
Durò relativamente pochi anni, circa 350, la Petrademone secolare, caposaldo politico e religioso dell'intero sistema vallivo, castello di guardia ricco, con pertinenze che davano grano e legna abbondanti, con casali e vigneti, castello e 4 chiese, libero comune, luogo ambito e conteso tra l'Abate di Farfa e le nobili famiglie degli Orsini, Savelli, Colonna5.
Il potere distruttivo degli umani appetiti e lo scorrere della storia per il quale non si rendeva più necessario l'incastellamento ed il controllo militare del territorio decretarono nel XV secolo la fine della Petrademone secolare, che fu totalmente cancellata da un altro appetito umano, la necessità di materiale da costruzione bello e pronto, soprattutto gratis.
Fu così che, invece di utilizzare per la costruzione di Canemorto, l'attuale Orvinio, nuove pietre provenienti da una cava, le pietre con le quali Petrademone era stata edificata vennero trasportate in loco, circa 400 metri di altitudine più in basso.
E così Petrademone, depredata ma finalmente de-secolarizzata, fu restituita alla natura e al sacro.
Petrademone, come coglie Manlio Castagna, è quindi tornata ad essere una porta verso l'infinito, verso il cielo, verso Dio, il deiwos indoeuropeo, che significa luminoso, celeste.
E' la porta che varcherà Frida, attraversando il cancello della tenuta, e che la condurrà dal privato del suo dolore alla infinità multiforme ed impensabile che si schiuderà presto alla sua esperienza.

Nella terra di mezzo: i ragazzi
Romanzo di formazione quindi, che ha come protagonisti quattro ragazzi, due maschi e due femmine le quali, per natura generative, concave ed accoglienti, sono capaci di contenere in sé e racchiudere l'esperienza di attraversamento del mare della perdita, per poi trasformarla creativamente.
Perchè è proprio di questo parla Manlio Castagna, e ne parla sia alle giovani generazioni che ai ragazzi tuttora vivi e presenti in noi adulti o vecchi.
Il romanzo quindi affronta apertamente il tema della perdita, con coraggio e trasparenza, ed è questo uno dei suoi grandi valori; nella contemporaneità difficilmente i ragazzi, anagrafici e virtuali, hanno occasione di affrontare ed elaborare il tema della perdita, passaggio che costituisce una pietra miliare dello sviluppo psicologico.
La perdita può essere colta solo nella vertigine della sospensione dell'azione, invece tendiamo oggi a vivere in un tutto pieno, soprattutto i giovani; uso compulsivo del web e dei social media, alcool, droghe, dipendenze di vario genere, dalle dipendenze affettive e relazionali allo shopping compulsivo.
Devices pensati per riempire tutto il tempo e per ottundere ogni forma di angoscia.
Il monoscopio della TV negli anni '60 del secolo scorso ti rinfacciava la tua insonnia, perforandola con quel sibilo assordante ed angosciante. Oggi tutte le TV trasmettono h24. E questo è un bene, un vantaggio cognitivo, esistenziale, come la presenza del web e di tutti i supporti tecnologici, che però spesso vengono convertiti alla funzione di tamponare l'angoscia ed eliminare la vertigine della perdita.
Manlio Castagna ambienta il suo romanzo negli anni '80 del novecento, consapevole della necessità di creare uno spazio vuoto dal quale può fiorire l'invenzione creativa, e come guida esperta ci prende per mano e, attraverso i suoi ragazzi, ci permette di elaborare la vertigine l'angoscia del vuoto e dell'oscuro, nel tentativo di estrarre da lei qualcosa di nuovo, di creativo.
Il compito di Frida e dei suoi giovani amici sarà quello di spiegare, elaborare, dare parole al dolore, affrontare il magro notturno che, non a caso, nel suo essere senza volto evoca la “sofferenza confusa e muta” menzionata dal filosofo Paul Ricoeur.6

Nella terra di mezzo: i cani
I cani, i border collie, che tra i cani sono quelli in assoluto più attaccati ed attenti all'uomo, sono i magnifici protagonisti di questo romanzo.
Mi piace come vengono trattati dall'autore: non banali cani parlanti o umanizzati, rischio del fantasy di serie B, ma cani, anzi, border collie a tutto tondo, colti e descritti nella loro essenza.
Quale?
Umberto Eco, non ricordo dove, diceva che di ciò che non è ancora maturo per essere concettualizzato filosoficamente bisogna narrare.
Sto lavorando da anni ad un tormentato saggio, che spero riuscirà a vedere la luce, sulla filosofia dei linguaggi interspecifici.
Un saggio nel quale voglio prendere in considerazione, osservandola attraverso la lente d'ingrandimento della costruzione dei linguaggi, il rapporto speciale che si è venuto a creare tra uomo e cane, forma di vita straordinaria, unico esempio in natura di un rapporto così stretto e profondo tra specie diverse.
La nota teoria etologica esplicativa del rapporto uomo-cane prende in considerazione solo l'aspetto funzionale ed opportunistico del vicendevole aiuto che le due specie si fornivano nella caccia, fondando il legame, quindi il linguaggio, su un aspetto utilitaristico.
Però, c'è il cane ritrovato nel sito di Bonn-Oberkassel, in Germania.
E' una storia che , ogni volta che la ripercorro, mi commuove.
Una storia che, straordinariamente, si intreccia con quella di Petrademone.
Una sepoltura risalente a 14.200 anni fa, un vecchio uomo di circa 40 anni, una donna ventenne di mezza età ed il loro cane di 7 mesi.
Le analisi dei reperti hanno rivelato che si trattava di un cane dai denti danneggiati, che aveva sofferto di cimurro ed episodi di vomito e diarrea frequenti.
Insomma, un cane che non sarebbe sopravvissuto e che sicuramente non poteva aiutare nella caccia.
Questa sepoltura testimonia delle amorevoli cure attribuite a quel cane, senza le quali non sarebbe potuto sopravvivere fino ai 7 mesi; testimonia anche dell'immenso dolore che quell'uomo e quella donna sperimentarono quando lo persero, tanto che scelsero di restare insieme a lui per l'eternità.
Una vicenda antica, che tuttavia potrebbe essere avvenuta ieri. La ruota fu scoperta circa 10.000 anni dopo, mentre 14.200 anni dopo Steve Jobs inaugurava lo smartphone: da allora è cambiato tutto, ma i sentimenti di quell'uomo e quella donna verso il loro cane sono gli stessi che si potrebbero sperimentare oggi, immutati attraverso il tempo.
Quindi qual'è l'essenza del rapporto uomo-cane? Dopo il mio spezzarmi la schiena su libri, Mac, tablet e smartphone e non aver ancora scritto sul tema, Manlio Castagna butta lì la soluzione, con la sfrontatezza dei bambini che nella loro fresca apertura mentale si possono permettere di dire che il Re è nudo.7
Nel romanzo di Castagna i cani sono guardiani.
Sorvegliano le porte rivolte verso il basso,sorvegliano che da quelle porte non facciano irruzione gli abitanti del mondo ctonio e saturnino di Amalantrah.

La porta verso il basso
Questa è la orrenda porta che ci mette in contatto con la sofferenza senza volto, con il terribile mistero dell'esistenza, con le paure ed i fantasmi più bui che nascono da una natura umana non solo inevitabilmente limitata, ma esplicitamente rivolta (anche) verso il male e la distruzione, come gli psicoanalisti Sigmund Freud e Melanie Klein hanno dimostrato nel loro monumentale lavoro.
I cani ci proteggono dalla irruzione improvvisa del male e della distruttività, e lo fanno in due modi: anzitutto attraverso un amore, un attaccamento incondizionato ed una gioia di vivere che ci trasmettono fino al loro ultimo respiro; poi ci accompagnano nel modo della perdita, con il loro transito breve, troppo breve nella vita accanto a noi, e ci costringono ad assaporarlo e costringono il nostro amore a non morire con loro perchè diventa irrinunciabile avere un guardiano sempre con noi.
La sofferenza non può rimanere fine a sé stessa ed ecco che i cani, da bravi guardiani della porta, morendo ci invitano a non far finire l'amore, a proseguirlo, finchè un nuovo cucciolo busserà, festoso e pieno di amore, all'uscio della nostra casa per assumere le funzioni di guardiano.
Solo allora lo spirito del nostro cane, che è stato e rimarrà unico, potrà finalmente riposare in pace perchè, da angelo che veglierà sempre su di noi, sarà tranquillo e pacificato per le nostre esistenze in quanto fiducioso verso il nuovo guardiano, perchè sa di lasciarci protetti e non da soli ad affrontare le porte del basso.
E potrà andarsene, perchè solo allora, sentendoci rassicurati da un nuovo guardiano, potremo lasciarlo andare via ed al contempo stringere con lui un legame ancora più forte, un legame speciale che supera la materialità e si concretizza attraverso la speranza escatologica del ricongiungimento, liberi da un corpo diventato ingombrante, forse per entrambi.


1Manlio Castagna: Petrademone, il libro delle porte. Mondadori, 2018. Citazione tratta dalla seconda di copertina.
2L'etimo di religione proviene dal latino legere, ovvero raccogliere, riportare a sé. E' il verbo che ben si presta a descrivere lo scrupolo religioso, che con la cristianità diventa dipendenza del fedele da Dio, obbligazione, e viene pertanto a definire un'insieme di pratiche, laddove nell'originale latino citato da Cicerone il significato era più vicino ad una disposizione interiore, al rinnovamento di una scelta. La nozione di sacro si riferisce invece a ciò che è proibito, con cui non si deve avere contatto ed è parimenti animato da potenza. La religione, nel suo senso di insieme di pratiche e di obbligazioni confessionali, prova a dare un volto, a secolarizzare un qualcosa di antecedente e misterioso riferibile al sacro. Vedi: Emile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. Volume secondo: potere, diritto, religione. Tr. it. Einaudi, 1976
3Per la differenza tra pensiero calcolante e pensiero meditante vedi: Fabrice Midal, Conferenze di Tokio. Martin Heidegger ed il pensiero buddista.Tr. it. O barra O edizioni, 2013
4Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni. Tr. it. Boringhieri, 1976
5O. Amore, P. Delogu, Insediamenti medievali alle falde dei Lucretili. In: Gilberto De Angelis (a cura di), Monti Lucretili. Parco regionale naturale. Invito alla lettura del territorio. 5a edizione a cura del Comitato promotore parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, 1995
6Paul Ricoeur, Il male. Una sfida alla filosofia ed alla teologia. Tr. it. Morcelliana, 2015
7Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell'imperatore. In: Tutte le fiabe

domenica 12 marzo 2017

Uomini, ratti e galline dalle uova d'oro. Sperimentazione Animale e sostanze d'abuso


Uomini, ratti e galline dalle uova d'oro.

Sperimentazione Animale e sostanze d'abuso



di Roberto Mucelli1


Il grosso problema della sperimentazione animale è di carattere epistemologico ancor prima che di carattere etico, un problema di filosofia della scienza prima che di bioetica.

Vorrei per il momento saltare tutta la querelle bioetica sul benessere e rispetto della vita animale non umana e considere, a priori ed utilitaristicamente, in via esclusiva gli interessi della specie Homo Sapiens Sapiens.

Nella ricerca sulle sostanza d'abuso si utilizzano ancora protocolli neopositivisti basati su una visione del mondo causa-effetto piuttosto che su una epistemologia della complessità.

Alcuni lavori sperimentali sulle sostanze d'abuso hanno la stessa struttura logica di quelli della microbiologia studiata in vitro, ovvero seguono delle regole morfologico-sintattiche e stilistiche caratteristiche delle letteratura scientifica più diffusa.

Si tende ad isolare dei fattori e a studiarli separatamente dal contesto che li genera, come se non fossero esistite le rivoluzioni nei paradigmi scientifici avvenute sin dai primi anni del secolo scorso.

Qualsiasi risultato provenga da questo tipo di studi sulle sostanze d'abuso è da ritenersi inattendibile ed inapplicabile alla clinica perchè non tiene conto della complessità, della reticolarità e della multidimensionalità logica del fenomeno, come insegna Bertrand Russell2 nella sua teoria dei Tipi Logici poi ripresa da Gregory Bateson3 .

Stiamo parlando di paradigmi scientifici non recenti, originatisi già nella prima metà dello scorso secolo, mentre la ricerca sulle sostanze d'abuso che utilizza la SA si rifà addirittura a paradigmi di tipo illuminista.

Consideriamo un paper, pubblicato sul prestigioso sito del National Institute of Drug Abuse, NIDA, a titolo esemplificativo:

Prefrontal Cortex Stimulation Stops Compulsive Drug Seeking in Rats

Dr. Billy Chen, Dr. Antonello Bonci, and colleagues at the NIDA Intramural Research Program (IRP) in Baltimore, Maryland


L'idea del Dott. Chen e dei suoi colleghi è che la corteccia prefrontale PFC giochi un ruolo determinante nella differenza tra il “semplice” uso di cocaina da una parte e la addiction e l'uso compulsivo dall'altra.

Infatti, solo 1 persona su 5 passa dall' uso all'abuso che comporta addiction e ricerca compulsiva dell'assunzione della sostanza.

Come ben sa chiunque abbia investigato questi fenomeni e chi, come il sottoscritto, ha lavorato per 30 anni con pazienti che utilizzano sostanze d'abuso, il fenomeno va indagato secondo il paradigma della complessità:
  • anzitutto la differenza tra uso e abuso (secondo i criteri del DSM 54) non è un parametro stabile, un orientamento fisso della persona ma può oscillare nel corso della vita, ovvero un individuo può transitare, in momenti diversi dalla condizione di uso a quella di abuso e viceversa;
  • fattori come le condizioni psicosociali, la struttura di personalità, i Modelli Operativi Interni dell'Attaccamento, la concomitanza di psicopatologie sono mediatori importanti e condizionano fortemente gli stili di assunzione;
  • la storia dei trattamenti ricevuti e la qualità/quantità di relazione con i servizi per il trattamento condiziona fortemente i modelli di relazione con la sostanza d'abuso.

Basta aver letto qualcosa di divulgativo sulle Neuroscienze per sapere che eventuali deficit o iperattività funzionale della PFC sono da ascrivere alla plasticità dei sistemi neuronali e quindi alla complessità dell'interazione dell'organismo con il suo ambiente, tranne che si considerino deficit neurologici primari ed importanti come la Sindrome Frontale o disturbi del genere, che comunque sono suscettibili di miglioramenti in condizioni ambientali e relazionali favorevoli.

Già tentare di ascrivere l'orientamento individuale verso l'uso o l'abuso ad una particolare configurazione del funzionamento del PFC rappresenta non solo una operazione di riduzionismo epistemologico, che avrebbe comunque il suo senso, ma una vera e propria mistificazione, laddove, anche volendo ragionare in termini di causa ed effetto, si scambiano gli effetti per le cause e non si tiene conto non solo della complessità psicosociale, ma nemmeno della complessità interna all'organismo considerato limitatamente al suo essere biologico, ovvero non si tiene conto delle interazioni relative a neuromediatori e neuromodulatori ed ai loro rapporti con il sistema endocrino ed immunitario.

Nell'esperimento poi emerge una chiara sottovalutazione della plasticità della risposta dei ratti agli stimoli ambientali.

I ricercatori addestrarono i ratti a premere due leve in successione per ricevere infusioni di cocaina. Premere la prima leva dava accesso alla seconda leva che a sua volta permetteva ai ratti di ricevere la cocaina.

Gli animali compivano sessioni giornaliere di addestramento, nel corso delle quali ricevevano fino a 30 infusioni.

Dopo due mesi i ricercatori aggiunsero una scossa elettrica che colpiva i piedi dei ratti quando abbassavano la prima leva. Nelle intenzioni dei ricercatori la somministrazione della scossa elettrica sarebbe servita a distinguere i ratti che cercavano la droga compulsivamente da quelli che non la cercavano.

Dopo quattro giorni il 30% dei ratti continuava a cercare cocaina nonostante la scossa elettrica ai piedi, mentre l'altro 70% smise di cercare cocaina e si ritirò spavantato sul fondo della gabbia.

La sorprendente e sbrigativa estrapolazione dei ricercatori è stata che il 30% dei ratti che cercavano cocaina aveva un comportamento compulsivo.

Evidentemente i ricercatori non hanno la minima cognizione di come possa funzionare una mente animale, soprattutto di un animale che non è un predatore ma una preda, perciò attentissimo ai pericoli ambientali. Alcune prede (anche i predatori che solo a loro volta prede) presentano una sensibilità agli stimoli ambientali maggiore di altre e perciò tendono ad avere più facilmente reazioni di paura.

Questo avviene anche negli animali umani, tanto che negli studi sulle sostanze d'abuso vengono identificati dei profili detti “risk taking” per cui alcune persone, soprattutto in adolescenza, sono più a rischio di abuso di sostanze proprio per la loro maggiore tendenza di altre a prendersi dei rischi.

Se avessero voluto dare valore all'esperimento avrebbero dovuto utilizzare ratti preventivamente testati sul risk taking ed appartenenti alla stessa categorizzazione, non ratti presi a caso!

I ricercatori poi esaminarono i neuroni nella area pre-limbica della PFC dei ratti, sostenendo che “this area corresponds to the dorsal lateral prefrontal cortex in the human PFC”.
L'assimilazione tout court del cervello di un ratto a quello di un umano rimane per me un'operazione sconcertante, tale è la diversità di umwelt, per citare Von Uexnkull5, tra le due specie.

I neuroni prelimbici dei ratti definiti “compulsivi” erano significativamente meno eccitabili di quelli dei “non compulsivi”, tanto che dovevano essere sottoposti ad una quantità di corrente almeno doppia per generare un potenziale d'azione.

Il dott. Chen da questo deduce che “... in a compulsive rat , the PFC is unable to relay the information that pressing the seek lever is associated with a foot shock, rendering the animal unable to stop itself”.

Peccato che lo stesso Chen deve ammettere che l'uso stesso di cocaina, come è noto, rende i neuroni PFC meno eccitabili, ovvero conduce ad una perdita generale di controllo, e si pone la fatidica domanda: “Which comes first, the deficient PFC or the drug use?” alla quale, nei modelli sperimentali causa-effetto, non è possibile rispondere per la evidente caduta in un vizio di circolarità infinita.

Chen, sorvolando allegramente su problemi epistemologici di non poco conto, rivela poi la sua scoperta.

L'optogenetica utilizza proteine sensibili alla luce per controllare la scarica di neuroni individuali o di piccoli gruppi di neuroni in animali vivi.

Hanno fatto in modo che i neuroni prelimbici dei ratti esprimessero la proteina Chr-2. Esponendo poi questi neuroni, attraverso un impianto di fibra ottica, ad una determinata frequenza di luce, ottennero delle scariche neuronali.

Attivati in questo modo, i neuroni prelimbici della PFC restauravano nei ratti il senso di giudizio ed impedivano che si andassero a prendere la scossa per di ricevere la cocaina.

Questo risultato, indubbiamente affascinante, fu semplicisticamente trasportato a soggetti umani.

In un pilot trial del novembre 2016 Antonello Bonci, Alberto Terraneo, e Luigi Galimberti somministrarono un trattamento di TMS (Transcranial Magnetic Stimulation) a 16 pazienti in una clinica ambulatoriale a Padova.

I 16 pazienti furono studiati per 21 giorni. Al 9 giorno iniziarono i controlli attraverso i campioni di urine, ed il 69% dei pazienti trattati con TMS presentarono esami delle urine negative, contro solo il 19% del gruppo di controllo, trattato con normali ansiolitici ed antidepressivi.

In seguito anche i pazienti del gruppo di controllo furono trattati con TMS, mostrando risultati simili ai pazienti del primo gruppo sperimentale.

I ricercatori mantennero i contatti con la maggior parte dei pazienti coinvolti nello studio.

Riportiamo le parole del Dott. Bonci: ““While this observation is not part of a rigorous clinical trial follow-up, and should be taken cautiously, the majority of patients who achieved abstinence during the stimulation pilot protocol report that they have maintained that abstinence for more than 2 years. During that time, some patients have requested additional TMS therapy once a week, twice a month, or monthly, and patients can always request additional therapy if they experience cravings. Others report that they have maintained abstinence without additional TMS after the initial set of treatments.”

Ed il gioco è fatto, il modo in cui viene condotta la narrazione dei fatti, come insegna Alessandro Baricco6, è fondamentale per l'impressione lasciata nel lettore e nell'ascoltatore.

Il disclaimer iniziale di Bonci è apprezzato e d'obbligo ma, mentre la folla a questo punto osanna al miracolo, ed il miracolo è nato dalla sperimentazione animale, pur dolorosa, ma indispensabile punto di partenza, senza la quale Alessandro Magno non avrebbe potuto conquistare l'Asia minore.

Da persona che tanto ha lavorato tanto con pazienti affetti da dipendenze patologiche e da umile studente di filosofia della scienza non posso non sottolineare il misterioso salto metodologico, la trasposizione tout court dagli animali all'uomo.

Un lettore attento, con un mimino di preparazione e dotato di una base di pensiero riflessivo non darebbe per scontato questo salto narrativo, e andrebbe piuttosto a coltivare un sospetto, che la sperimentazione animale serva non come fatto ma come narrazione, un racconto di presunta efficacia di una determinato trattamento che si può allora sperimentare sull'uomo.

Attenzione, si tratta di un salto narrativo di una certa importanza e di un certo effetto, che predispone il lettore ad accettare la sperimentazione umana, quando dal punto di visto epistemologico, logico e di metodologia della scienza SA ed SU non mostrano legami, se non flebili ed estremamente ipotetici.

Il trionfalismo, appena moderato da un pudico ed ipocrita disclaimer iniziale, sui risultati della sperimentazione umana, sottace molti fattori esaminabili invece all'interno i un paradigma scientifico complesso, non riducibile ad una narrazione del tipo “a trattamento x corrisponde il risultato y.

Nemmeno voglio citare la esiguità del campione, mi si risponderebbe facilmente che si tratta di uno studio pilota.


Ma....

  • Come sono stati selezionati quei 16 pazienti che hanno aderito allo studio tra tutti quelli che afferiscono al servizio? Casualmente? Su base volontaria? Se fossero volontari, come penso sia inevitabile, potrebbero aver risposto i più desiderosi ed i più motivati a curarsi, quelli che maggiormente possono affidarsi con fiducia ad un trattamento nuovo e sperimentale e perciò denotano già un buon rapporto con il personale. Una buona compliance ed una buona relazione sono notoriamente correlati ad un buon outcome, pur se momentaneo.
  • Come estrapolare i risultati agli altri pazienti che afferiscono al servizio e non hanno aderito allo studio ed ancor di più a tutte le persone che usano cocaina nell'area di Padova, in Italia, in Europa, nel Mondo?
  • Come sono stati effettuati i prelievi di urine per attestare la condizione drug free per quanto riguarda la cocaina? Ho personalmente visto ricorrere a veri giochi di prestigio per portare urine “pulite” ma non proprie e così compiacere il personale dei servizi. Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare...
  • Si son testati i pazienti per il drug free da cocaina, ma è stato effettuato il test per altre sostanze d'abuso? Ovvero, siamo sicuri che in quel periodo i pazienti non sono ricorsi ad altre sostanze per sostenere l'astinenza da cocaina?
  • I modelli di assunzione di cocaina e la relativa astinenza sono molto diversi dalla astinenza da eroina ed anche da quella da nicotina e tabacco. Il paziente, anche quello definito compulsivo, può tranquillamente far trascorrere tre settimane da un'assunzione all'altra. Come nello studio. Molti pazienti dalla assunzione compulsiva e dal forte craving possono non sentire il bisogno di assumere cocaina durante le vacanze con la moglie ed i bambini e durante una fase favorevole della psicoterapia. E' un andamento a pousses, diverso da dipendenti da eroina, da tabacco e da THC che necessitano di somministrazioni continue.
  • Nella valutazione dei risultati si è tenuto conto che l'unico fattore collegato con l'outcome dalle sostanze d'abuso è il tempo trascorso in relazione significativa con i servizi (fonte: NIDA)? Perchè in questo caso mi chiederei se la condizione cocain-free (non sappiamo però se assumevano altre droghe o psicofarmaci) più che alla somministrazione di TMS potrebbe essere legata al contatto significativo con persone che fanno ricerca e si prodigano per loro.
Potrei continuare all'infinito con le domande, ma ne faccio grazia, consapevole che non esiste la sperimentazione perfetta, ed anche perchè non me la sto prendendo con quei ricercatori, ma con un modo di pensare e fare scienza.

Infatti, lo sforzo di inserire la sperimentazione all'interno di paradigmi scientifici almeno novecenteschi invece che settecenteschi, se non addirittura baconiani, potrebbe pur essere fatto.

Oggi sulle sostanze d'abuso si fa ricerca utilizzando i metodi informatici delle reti neurali all'interno del paradigma della complessità.

Magari i risultati del lavoro preso in esame sono suggestivi, non me la prendo con i ricercatori, nulla di personale.

Però occorre chiedersi quante risorse economiche vengano indirizzate verso ricerche sostenute da paradigmi oramai obsoleti, nella speranza che si trovi il farmaco o il trattamento miracoloso che poi si rivelerebbe la gallina dalle uova d'oro.

La bufala della mappatura del genoma umano non è stata sufficiente e svegliare gli animi e disincantare verso questo modo di fare ricerca ed informazione scientifica.

La ricerca sulla mappatura del genoma umano ha assorbito più risorse dei programmi spaziali. Speravano di renderci consapevoli di tutte le malattie che avremmo avuto, e di spingerci a curarle in anticipo; senza contare il massiccio ricorso agli ansiolitici ed ai trattamenti psichiatrici che avrebbe comportato la certezza di morire di cancro al tal' organo o al tal' altro entro 10 anni.

Proprio l'interazione con l'ambiente, l'epigenetica e l'estrema complessità dei processi che presiedono allo sviluppo di una malattia ci ha salvato.

Ma la narrazione che girò sul tema fu potente ed evocativa, nessuno includeva in questa narrazione che il DNA non codificante, ovvero il 95% del DNA, veniva definito “Junk DNA”, perchè non sapevano come spiegarlo.

Oggi sappiamo che il DNA non codificante ha un'importante funzione regolativa, dato ceh l'informazione non passa in maniera asimmetrica dal DNA all'RNA ed alle proteine, ma passa anche dalle proteine al DNA, con la funzione di regolare, ovvero silenziare od esprimere pool genetici.

Tutta la bufala della mappatura genetica con la possibilità di prevedere le malattie si basava sullo studio del 5% del DNA. Questo non era incluso nella narrazione dominante.

Con Alessandro Baricco, non mi illudo che esistano fatti separati dalle narrazioni possibili, la realtà è un misto di fatti e narrazioni.

E la mia è una narrazione sulla narrazione dominante, è la voce del bambino, o del pazzo, che urla “il Re è nudo”.

Quando la madre del giovane Guy de Maupassant chiese a Flaubert di insegnare al figlio come si scrive, Flaubert rispose che Guy avrebbe dovuto osservare e descrivere, ad esempio un albero, come se fosse stato il primo uomo sulla Terra a vederlo.

Ed io così voglio vedere la sperimentazione animale, individuando una semplicistica trasposizione ed un salto logico che salterebbe agli occhi di tutti, se esaminassimo il problema per la prima volta e con occhi innocenti.

Insisto nel parlare di ontologia ed epistemologia e non di etica, perchè nella società liquida descritta da Bauman7 sono previste tribù etiche che hanno egual diritto, ma diversa voce in capitolo secondo gli interessi finanziari che riescono ad influenzare.

Quindi con l'etica non se ne viene fuori.

Dobbiamo quindi chiederci se è ontologicamente possibile assimilare animali umani e non umani e se è epistemologicamente appropriato basare la nostra speranza di salute su paradigmi scientifici quanto meno obsoleti e su narrazioni interessate a scovare la pietra filosofale, ovvero trovare il modo di trasformare in oro qualsiasi metallo, perdendo così la complessità dell'esistere.

Per finire, riguardo alla sostanze d'abuso e di quanto sia illusoria o strumentale la riduzione del trattamento ad uno schema organicistico, vorrei citare le parole di Luigi Cancrini8, autorità indiscussa nel campo, scritte nel 1987 ma, purtroppo, ancora valide:
La terapia delle tossicodipendenze è un problema di Psicologia Clinica?
L'assetto dei servizi, la loro gerarchia interna, le indicazioni che vengono dal modo in cui vengono spesi soldi, pubblici e privati, sembrano proporre risposte negative a questo quesito. I giornali sono pieni di notizie relative alla disintossicazione rapida e e ai grandi educatori o a personaggi istrionici che si travestono da grandi educatori.
Nelle facoltà di medicina, il capitolo sulle tossicodipendenze è affrontato, di scorcio, dei programmi di farmacologia. Le famiglie vengono spinte sempre più spesso a organizzare strutture di controllo e la ricerca della droga nelle urine è diventata routine nei laboratori di analisi: si cercavano lì, un tempo, quando le persone erano importanti per il medico di famiglia, le tracce d'albumina, si cercano lì oggi, correntemente, le tracce di tetraidrocannabinolo (nostro figlio ha fumato uno spinello?) o di eroina (sì è fatto? È tossicomane?).
Eppure......
Osservato dal punto di vista di chi conosce il problema, l'insieme delle tendenze elencate qui sopra si propone, in effetti, come il frutto di un malinteso. Di un errore catalogabile sul versante degli imbrogli a parte di chi ci fa soldi (l'industria farmaceutica che produce e vende miliardi di lire di reattivi per l'analisi delle urine e del sangue; medici sprovveduti ma non tanto che continuano a promettere guarigioni basate su interventi di tipo farmacologico); su quello dell'ingenuità da parte di chi i soldi li spende inseguendo fantasie di guarigione o di redenzione; su quello dell'ignoranza (o della mancanza di informazioni utili) dalla parte degli amministratori e dei giornalisti che continuano a negare il problema cruciale del tossicomane e che è appunto un problema di psicologia clinica, e che continuano a saldare il cerchio (a fare da tramite o da mezzani) fa ignoranti furbi e e ignoranti da loro ingannati, fra guaritori e vittime del malinteso.
Un libro come quello che ho il piacere di presentare potrebbe essere importante, mi pare, soprattutto per questo. Portando al centro dell'attenzione la persona (invece delle sostanze) esso consente di fornire informazioni utili in tema di dipendenza e di terapia della dipendenza a tutti quelli che (giornalisti o medici, educatori parenti o teorici) avranno il tempo di leggerlo: consentendo loro di sciogliere (dentro di sé: prima di tutto dentro di sé) il malinteso della cultura in cui ci troviamo immersi su cui si basa, oggi, la complicità sostanziale fra un sistema culturale (antropologicamente: della cultura in cui ci troviamo immersi) e le organizzazioni delinquenziali del narcotraffico.
Organizzazioni cui niente di meglio si potrebbe offrire, per potenziare o mantenere le loro attività, di una prevenzione basata sulla favola di cappuccetto rosso (il bambino che se ne vada solo viene ingannato da lupo che offre droga) e di una terapia basata su quella di Cenerentola (la fata e il principe: un miracolo che viene da fuori liberando la persona da una schiavitù che è esterna a lei).
Duro e paziente, il lavoro dello Psicologo Clinico richiede tutt'altro tipo di impegno o di conoscenza.
Richiede, soprattutto, capacità di cercare e leggere, nel profondo delle persone, la storia del conflitto su cui esse si sono bloccate.
Di riprendere il filo smarrito di un'esistenza sospesa dalla consuetudine della droga.
Come accadeva in un'altra fiaba, quella che si richiamava al sonno senza tempo della bella
addormentata, lavorando per incontrare, dopo averne seguito a lungo le tracce nella selva ricca di rovi e di spini, di buio e di angosce, la persona che ha perso il senso della sua vita. Accompagnandolo fuori dal bosco all'interno di uno sforzo graduale e paziente che è la parte più faticosa della risoluzione (quella da non raccontare ai bambini) e che si chiama comunque, qualunque sia il setting all'interno della quale la si istituisce, psicoterapia. Utilizzando gli strumenti che sono quelli su cui si basano (dovrebbero basarsi) la formazione e la competenza dello Psicologo Clinico.
Di colui che intuisce e poi conosce (avventura che si rinnova ogni volta) i percorsi interni di una scelta e di un blocco, di un bisogno e di una impossibilità nascosta, insieme, dietro una dipendenza da droga.

1Docente a contratto di Modelli Clinici delle Dipendenze presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia dell'Università di Roma La Sapienza. Psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Studente presso il corso di Laurea in Scienze Filosofiche dell'Università Statale di Macerata. roberto.mucelli@uniroma1.it
2 WITHEHEAD Alfred North, RUSSEL Bertrand, 1950, Principia Mathematica, 2a ed. vol 1 Cambridge University Press, London
3BATESON Gregory, 1972, Steps to an ecology of mind, Chandler Publishing Company; tr. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1976
4Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 2013, American Psychiatric Association
5CIMATTI Felice, Filosofia dell'animalità, Laterza, Bari 2013
6BARICCO Alessandro, 2017, Alessandro Magno. Sulla narrazione, Mantova Lectures
7BAUMAN Zygmunt, Modernità liquida, Laterza, Bari, 2006
8 La terapia delle tossicodipendenze è un problema di Psicologia Clinica?
Introduzione di Luigi CANCRINI a Roberto MUCELLI, Guglielmo MASCI (1996): " Tossicodipendenze: curare, guarire, assistere. Lo Psicologo Clinico lavoro " Angeli, Milano.)

sabato 27 febbraio 2016

L'Uomo e la Biosfera: il perchè della scelta vegetariana

L'Uomo e la Biosfera: il perchè della scelta vegetariana


Il termine biosfera è stato utilizzato per la prima volta dal teologo e filosofo gesuita Teilhard de Chardin, citato da Arnold Toynbee:

La biosfera è una pellicola di terra asciutta, acqua ed aria che avvolge il globo del nostro pianeta Terra. Essa è l'unico habitat esistente, - e per quanto ci è dato di prevedere anche l'unico a cui si potrà accedere in futuro- di tutte le specie di esseri viventi, uomo compreso, a noi note”1
Nella seconda metà degli anni '70 del '900 autori come Arnold Toynbee2 ed Hans Jonas3 rilevano il capovolgimento totale del paradigma che ha caratterizzato da sempre il rapporto Uomo-Natura: da sempre in lotta per proteggersi dalla natura, a partire dal '900 l'Uomo attraverso l'assunzione totalizzante di un paradigma prometeico4 è diventato in grado di distruggere la biosfera, unico tra tutte le specie viventi.

Si tratta di una totale inversione del paradigma classico, all'interno del quale l'uomo doveva ricavare il suo posto ed il suo ruolo all'interno della biosfera, entrando in competizione (e in relazione) con gli altri elementi per costruire e garantirsi la vita.

L'uomo ha sempre dovuto difendersi dalla Natura, anche se la sua particolare attitudine all'esercizio del potere ed alla predatorietà disequilibrata lo ha caratterizzato da sempre, come narra Sofocle nel Coro dell'Antigone.5

Caratteristico della Modernità, datata convenzionalmente dal 1789, anno della rivoluzione francese , è il tentativo spasmodico di realizzare quanto dettato dal Genesi, 1,28: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mere, sui volatili del cielo su bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Ovvero realizzare il totale dominio dell'uomo sulla biosfera.

Per la verità esiste un orientamento esegetico che analizza l'originale verbo ebraico, tradotto poi con i termini “soggiogatela” e “dominio”: si tratta in realtà di un verbo che deve essere tradotto come “governare”. In conformità alla provenienza antropologica e culturale delle narrazioni orali diffusi tra popoli dedicati alla pastorizia, poi raccolte nei libri poi riunti nella Bibbia, si trattava del verbo che i pastori utilizzavano per il buon governo degli armenti.

Le prime traduzioni dall'ebraico al greco in realtà rispettano il concetto del buon governo, dato che la traduzione greca utilizza il verbo αρχη`, il verbo che significa “iniziare”, “principiare”, e che nel greco classico ha a che fare appunto con il “buon governo”.

Tuttavia, in tutte le edizioni della Bibbia da me consultate ho trovato le parole dominio ed assoggettamento, pertanto, purtroppo sembra proprio che si debba considerare questa come interpretazione corrente, almeno fino a che non verrà modificata la traduzione dalla Conferenza Episcopale Italiana. Da notare che l'attuale magistero ufficiale della Chiesa, espresso dal Pontefice Francesco I, Jorge Bergoglio nella sua enciclica “Laudato Si'” interpreta il passo in difformità dalla traduzione vigente, e lo interpreta nel senso del “buon governo” della Natura e non dell'assoggettamento. 6.  Si tratta di un importante allargamento degli orizzonti della Chiesa che, da Papa Bergoglio in poi,  potrebbero diventare non esclusivamente antropocentrici.

Il dominio dell'uomo sulla Natura, favorito da una tecnologia autoreferenziale, non vincolata da riflessioni di carattere etico-ambientale e subordinata alla logica del profitto e del potere, è iniziato a partire dalla prima Rivoluzione Industriale e proseguito, esaltato e veicolato dal trionfo delle macchine nelle due guerre mondiali del '900 e dal pensiero totalitario che in quegli anni ha contraddistinto l'umanità7.
Missione dei tempi che succederanno al Postmoderno8 sarà quella di disinnescare i pericoli creati da questo scenario surreale: una specie, l'Uomo, che invece di trovarsi a combattere per la vita all'interno della biosfera, può distruggerla, annientando ovviamente anche se stesso.

Occorre un'inversione di tendenza, una rinuncia al dominio, all'assoggettamento. Una rinuncia alla illimitata volontà di potenza che nell'era moderna trova il suo supporto nelle leggi dell'economia, della finanza e dello sviluppo a tutti i costi. La volontà di potenza dell'uomo a scapito della biosfera stessa è una condizione suicidale e quindi surreale che si fonda sulla illusione nevrotica del progresso a tutti i costi e sulla quasi divinizzazione delle relazioni sociali tra soggetti collettivi, a scapito del considerare l'uomo nella rete di relazioni propria della intera biosfera.

L'uomo sembra problematizzare la relazione solo nel sociale, all'interno della sua stessa specie, sentirsi misura di tutte le cose e fine ultimo di tutto, in diritto di fare come meglio crede delle altre creature animali e vegetali e degli ambienti naturali. In altri termini il violento Moderno ed il suo figlio storpio e cieco detto Postmoderno9 soffrono di un male puntualmente diagnosticato in maniera molto simile da due personaggi molto diversi fra loro, il sacerdote gesuita Teilhard de Chardin, che ha parlato di Totalitarismo Sociale10 e Theodor Kaczinsky, il famoso Unabomber, che nel suo “Manifesto” parla di Sovrasocializzazione.
La strada per questa inversione di tendenza, ovvero la strada che conduca l'Uomo al suo posto, in rapporto dinamico con tutti gli altri elementi della biosfera e non pericolosamente sovraordinato ad essa, ci è stata indicata poco più di 2000 anni fa.

La via ci è stata indicata attraverso una storia straordinaria, quella di Yehoshùa,un rabbi rivelatosi come Uomo-Dio. Non è stato il primo esempio ed unico di Uomo-Dio: lo erano i Faraoni, lo erano gli Imperatori Romani, lo è stato Hiro Hito, imperatore del Giappone, considerato divino fino al 1946.

La straordinarietà di questa storia risiede nel fatto che Yehoshùa, l'Uomo-Dio, non è un'imperatore ma un semplice falegname, un falegname che attraverso l'evangelico messaggio di umiltà e comunione, il messaggio di rinuncia al potere materiale ha trasformato il terribile dio etnico Yahveh in un Dio d'amore verso tutti i popoli.

Se uno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua... infatti, che giovamento ha l'uomo se guadagna il mondo intero ma perde l'anima sua?” Matteo 6, 28-29.

Il soddisfacimento materiale può far perdere l'anima, il senso della vita. Una posizione di dominanza sulla Natura per il proprio soddisfacimento materiale e per il gusto del potere fa perdere all'Uomo la sua anima, che può essere ritrovata solo nel pieno inserimento nel flusso dinamico della vita, nelle relazioni esistenti nella biosfera.

L'inversione di tendenza quindi è la rinuncia alla superiorità e l'inserimento umile nel flusso della vita.

L'occidente in questo ha seguito più il padre di Francesco d'Assisi, mercante, che Francesco stesso.11

L'Uomo può scegliere il bene o il male, ed è per questo che la specie umana si è dotata di quel gioco linguistico, quella forma di vita12 a cui diamo il nome di Etica.

Hans Jonas13 ci parla della responsabilità etica che la specie umana ha nei confronti della vita stessa, dove il bene è che la vita continui, il male che la vita finisca, non la vita individuale ma la vita della biosfera nel suo complesso.

Non riusciremo a seppellire la Modernità e le sue mostruosità totalitarie e massificanti, l'uso dominante della tecnologia al servizio della economia e della finanza, finchè l'uomo non si prenderà la responsabilità di scegliere la vita ed evitare nella misura del possibile tutti gli atti che possano danneggiare la biosfera.

Il cambiamento dovrà essere graduale, dovrà essere una rivoluzione senza violenza, ma determinata, anche dolorosa perchè deve necessariamente comportare delle rinunce rispetto al nostro stile di vita occidentale.

D'altra parte l'uomo stesso potrebbe beneficiarne, in termini di salute, attraverso un'alimentazione più moderata e meno legata alla industria alimentare. Attraverso una vita più lenta e spirituale. 

E' suggerito dalla ricerca scientifica e dal paradigma PNEI (PsicoNeuroImmunoEndocrinologia) che in questo modo sarebbe possibile ridurre significativamente l'incidenza del cancro e delle malattie cardiocircolatorie, nonché l'incidenza delle nevrosi narcisistiche, delle nevrosi d'ansia e della depressione, quest'ultima legata a problemi di tipo infiammatorio.14

E' vero che dal punto di vista evoluzionistico la vita si è sempre nutrita della vita, animale o vegetale che sia. Questo è un punto ineludibile.

L'Uomo tuttavia, pur trattandosi di una specie fondamentalmente malvagia, ha possibilità di scegliere e quindi anche di promuovere la vita, ovvero il bene. 

In questo senso, la scelta vegetariana o, meglio ancora vegana, nel voler riconoscere lo statuto di individuo irripetibile, lo statuto di “soggetto di una vita15 agli animali abitualmente uccisi per scopo alimentare o pseudo-scientifico (pensando alla sperimentazione) costituisce un importante testimonianza, un baluardo in favore della vita, testimoniando la possibilità di rinunciare ad un piacere personale in funzione della possibilità che altri essere viventi possano continuare a compiere il ciclo della loro esistenza.

Uomini appartenenti alle opulente società Americane ed Euroasiatiche sono benissimo in grado di poter scegliere di escludere animali dalla propria dieta, attraverso la rinuncia ad un piacere meramente materiale.

Rispetto e promozione della vita, boicottaggio attivo degli allevamenti industriali, comportamenti ed acquisti eco-sostenibili, riconversione della tecnologia al servizio della biosfera, spiritualità e senso della sacralità della vita in tutte le sue manifestazioni, rivalutazione dei soggetti individuali rispetto al collettivismo della società di massa sono alcune linee guida di un umanità che voglia definitivamente seppellire la Modernità, soprattutto le sue derive violente e minacciose, per poter guardare oltre.

1Arnold J. Toynbee, “Mankind and Mother Earth”, Oxford University Press, 1976

2op. cit.

3Hans Jonas, “Il principio responsabilità”, Einaudi, 1979

4Pierre Hadot, “Il velo di Iside. Storia dell'idea di natura”, Einaudi, 2006

5Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell'uomo nulla, vedi, è tremendo.
Va sul mare canuto nell'umido aspro vento, solcando turgidezze che s'affondano in gorghi sonori.
E la suprema fra gli dei, la Terra,
d'anno in anno egli affatica d'aratri sovvertitori e di cavalli preme tutta sommovendola.
E la famiglia lieve degli uccelli sereni insidia, insegue come le stirpi ferine, come il popolo subacqueo del mare,scaltro, spiegando le sue reti, l'uomo:
e vince, con frodi, vaghe pei monti le fiere del bosco:
stringe nel giogo, folta di criniera, la nuca del cavallo e il toro piega montano, infaticabile.
Diede a sé la parola, il pensiero ch'è come il vento, il vivere civile, e i modi d'evitare gli assalti dei cieli apertie l'umide tempeste nell'inospite gelo, a tutto armato l'uomo: che nulla inerme attende dal futuro.
Ade soltanto non potrà mai fuggire, se pur medita sempre nuovi rifugi a non domati mali.
Con l'ingegno che supera sempre l'immaginabile, ad ogni arte vigile, industre, egli si volge al male, ora al bene.
Se le leggi osserva della sua terra e la fede giurata agli Déi di sua gente, sé con la patria esalta;
un senza-patria è chi s'accosta, per la sua folle audacia, al male."

6Jorge Bergoglio, “Laudato Si'”, Piemme, 2015

7Non bisogna confondere totalitarismo con autoritarismo : i regimi Fascista, Nazista e Comunista furono autoritari, ma tutto il novecento nel suo complesso fu totalitario, ivi comprese le Democrazie Parlamentari: 
“Il concetto di totalitarismo di per sé rinvia a quei fenomeni di coinvolgimento “totale” degli individui e della società intera nei processi di trasformazione, mobilitazione o anche rinnovamento che possono essere visti come intrinseci alla modernità sin dalla rivoluzione francese. A quella lontana stagione rivoluzionaria … all'origine della nostra vicenda contemporanea.. possono essere fatti risalire anche altri aspetti totalitari della modernità...: il dominio dell'ideologia... la spinta disciplinare e pedagogica, l'affermazione contro le religioni storiche di una religiosità politica propria, non priva di elementi sacrali e rituali, e infine lo stesso esercizio della violenza che fu proprio del terrore giacobino.”  In: Raffaele Romanelli, “Novecento. Lezioni di Storia Contemporanea”, Pag. 129, Il Mulino, 2014.
Insomma, il totalitarismo così definito è proprio delle società di massa, ivi comprese le democrazie sociali e liberali che, peraltro, nel primo decennio degli anni 2000 non esitarono a violare direttamente i diritti umani e favorirne la violazione per “esportare la democrazia” e lo stile di vita e di consumo tipico dell'occidente.

8Flavia Conte (a cura di), “Conversazioni sul Postmoderno”, Mimesis, 2013

9op.cit.

10Pierre Teilhard de Chardin, “L'ambiente divino. Saggio di vita interiore.” Queriniana, 2009

11Arnold Toynbee, op. cit. pag. 30

12Ludwig Wittgenstein, “Ricerche Filosofiche”, Einaudi, 2009

13op.cit.

14Francesco Bottaccioli, “Meditazione, psiche e cervello”, Tecniche nuove, 2012


15Tom Regan, “Diritti Animali”, Garzanti, 1984