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sabato 27 febbraio 2016

L'Uomo e la Biosfera: il perchè della scelta vegetariana

L'Uomo e la Biosfera: il perchè della scelta vegetariana


Il termine biosfera è stato utilizzato per la prima volta dal teologo e filosofo gesuita Teilhard de Chardin, citato da Arnold Toynbee:

La biosfera è una pellicola di terra asciutta, acqua ed aria che avvolge il globo del nostro pianeta Terra. Essa è l'unico habitat esistente, - e per quanto ci è dato di prevedere anche l'unico a cui si potrà accedere in futuro- di tutte le specie di esseri viventi, uomo compreso, a noi note”1
Nella seconda metà degli anni '70 del '900 autori come Arnold Toynbee2 ed Hans Jonas3 rilevano il capovolgimento totale del paradigma che ha caratterizzato da sempre il rapporto Uomo-Natura: da sempre in lotta per proteggersi dalla natura, a partire dal '900 l'Uomo attraverso l'assunzione totalizzante di un paradigma prometeico4 è diventato in grado di distruggere la biosfera, unico tra tutte le specie viventi.

Si tratta di una totale inversione del paradigma classico, all'interno del quale l'uomo doveva ricavare il suo posto ed il suo ruolo all'interno della biosfera, entrando in competizione (e in relazione) con gli altri elementi per costruire e garantirsi la vita.

L'uomo ha sempre dovuto difendersi dalla Natura, anche se la sua particolare attitudine all'esercizio del potere ed alla predatorietà disequilibrata lo ha caratterizzato da sempre, come narra Sofocle nel Coro dell'Antigone.5

Caratteristico della Modernità, datata convenzionalmente dal 1789, anno della rivoluzione francese , è il tentativo spasmodico di realizzare quanto dettato dal Genesi, 1,28: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mere, sui volatili del cielo su bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Ovvero realizzare il totale dominio dell'uomo sulla biosfera.

Per la verità esiste un orientamento esegetico che analizza l'originale verbo ebraico, tradotto poi con i termini “soggiogatela” e “dominio”: si tratta in realtà di un verbo che deve essere tradotto come “governare”. In conformità alla provenienza antropologica e culturale delle narrazioni orali diffusi tra popoli dedicati alla pastorizia, poi raccolte nei libri poi riunti nella Bibbia, si trattava del verbo che i pastori utilizzavano per il buon governo degli armenti.

Le prime traduzioni dall'ebraico al greco in realtà rispettano il concetto del buon governo, dato che la traduzione greca utilizza il verbo αρχη`, il verbo che significa “iniziare”, “principiare”, e che nel greco classico ha a che fare appunto con il “buon governo”.

Tuttavia, in tutte le edizioni della Bibbia da me consultate ho trovato le parole dominio ed assoggettamento, pertanto, purtroppo sembra proprio che si debba considerare questa come interpretazione corrente, almeno fino a che non verrà modificata la traduzione dalla Conferenza Episcopale Italiana. Da notare che l'attuale magistero ufficiale della Chiesa, espresso dal Pontefice Francesco I, Jorge Bergoglio nella sua enciclica “Laudato Si'” interpreta il passo in difformità dalla traduzione vigente, e lo interpreta nel senso del “buon governo” della Natura e non dell'assoggettamento. 6.  Si tratta di un importante allargamento degli orizzonti della Chiesa che, da Papa Bergoglio in poi,  potrebbero diventare non esclusivamente antropocentrici.

Il dominio dell'uomo sulla Natura, favorito da una tecnologia autoreferenziale, non vincolata da riflessioni di carattere etico-ambientale e subordinata alla logica del profitto e del potere, è iniziato a partire dalla prima Rivoluzione Industriale e proseguito, esaltato e veicolato dal trionfo delle macchine nelle due guerre mondiali del '900 e dal pensiero totalitario che in quegli anni ha contraddistinto l'umanità7.
Missione dei tempi che succederanno al Postmoderno8 sarà quella di disinnescare i pericoli creati da questo scenario surreale: una specie, l'Uomo, che invece di trovarsi a combattere per la vita all'interno della biosfera, può distruggerla, annientando ovviamente anche se stesso.

Occorre un'inversione di tendenza, una rinuncia al dominio, all'assoggettamento. Una rinuncia alla illimitata volontà di potenza che nell'era moderna trova il suo supporto nelle leggi dell'economia, della finanza e dello sviluppo a tutti i costi. La volontà di potenza dell'uomo a scapito della biosfera stessa è una condizione suicidale e quindi surreale che si fonda sulla illusione nevrotica del progresso a tutti i costi e sulla quasi divinizzazione delle relazioni sociali tra soggetti collettivi, a scapito del considerare l'uomo nella rete di relazioni propria della intera biosfera.

L'uomo sembra problematizzare la relazione solo nel sociale, all'interno della sua stessa specie, sentirsi misura di tutte le cose e fine ultimo di tutto, in diritto di fare come meglio crede delle altre creature animali e vegetali e degli ambienti naturali. In altri termini il violento Moderno ed il suo figlio storpio e cieco detto Postmoderno9 soffrono di un male puntualmente diagnosticato in maniera molto simile da due personaggi molto diversi fra loro, il sacerdote gesuita Teilhard de Chardin, che ha parlato di Totalitarismo Sociale10 e Theodor Kaczinsky, il famoso Unabomber, che nel suo “Manifesto” parla di Sovrasocializzazione.
La strada per questa inversione di tendenza, ovvero la strada che conduca l'Uomo al suo posto, in rapporto dinamico con tutti gli altri elementi della biosfera e non pericolosamente sovraordinato ad essa, ci è stata indicata poco più di 2000 anni fa.

La via ci è stata indicata attraverso una storia straordinaria, quella di Yehoshùa,un rabbi rivelatosi come Uomo-Dio. Non è stato il primo esempio ed unico di Uomo-Dio: lo erano i Faraoni, lo erano gli Imperatori Romani, lo è stato Hiro Hito, imperatore del Giappone, considerato divino fino al 1946.

La straordinarietà di questa storia risiede nel fatto che Yehoshùa, l'Uomo-Dio, non è un'imperatore ma un semplice falegname, un falegname che attraverso l'evangelico messaggio di umiltà e comunione, il messaggio di rinuncia al potere materiale ha trasformato il terribile dio etnico Yahveh in un Dio d'amore verso tutti i popoli.

Se uno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua... infatti, che giovamento ha l'uomo se guadagna il mondo intero ma perde l'anima sua?” Matteo 6, 28-29.

Il soddisfacimento materiale può far perdere l'anima, il senso della vita. Una posizione di dominanza sulla Natura per il proprio soddisfacimento materiale e per il gusto del potere fa perdere all'Uomo la sua anima, che può essere ritrovata solo nel pieno inserimento nel flusso dinamico della vita, nelle relazioni esistenti nella biosfera.

L'inversione di tendenza quindi è la rinuncia alla superiorità e l'inserimento umile nel flusso della vita.

L'occidente in questo ha seguito più il padre di Francesco d'Assisi, mercante, che Francesco stesso.11

L'Uomo può scegliere il bene o il male, ed è per questo che la specie umana si è dotata di quel gioco linguistico, quella forma di vita12 a cui diamo il nome di Etica.

Hans Jonas13 ci parla della responsabilità etica che la specie umana ha nei confronti della vita stessa, dove il bene è che la vita continui, il male che la vita finisca, non la vita individuale ma la vita della biosfera nel suo complesso.

Non riusciremo a seppellire la Modernità e le sue mostruosità totalitarie e massificanti, l'uso dominante della tecnologia al servizio della economia e della finanza, finchè l'uomo non si prenderà la responsabilità di scegliere la vita ed evitare nella misura del possibile tutti gli atti che possano danneggiare la biosfera.

Il cambiamento dovrà essere graduale, dovrà essere una rivoluzione senza violenza, ma determinata, anche dolorosa perchè deve necessariamente comportare delle rinunce rispetto al nostro stile di vita occidentale.

D'altra parte l'uomo stesso potrebbe beneficiarne, in termini di salute, attraverso un'alimentazione più moderata e meno legata alla industria alimentare. Attraverso una vita più lenta e spirituale. 

E' suggerito dalla ricerca scientifica e dal paradigma PNEI (PsicoNeuroImmunoEndocrinologia) che in questo modo sarebbe possibile ridurre significativamente l'incidenza del cancro e delle malattie cardiocircolatorie, nonché l'incidenza delle nevrosi narcisistiche, delle nevrosi d'ansia e della depressione, quest'ultima legata a problemi di tipo infiammatorio.14

E' vero che dal punto di vista evoluzionistico la vita si è sempre nutrita della vita, animale o vegetale che sia. Questo è un punto ineludibile.

L'Uomo tuttavia, pur trattandosi di una specie fondamentalmente malvagia, ha possibilità di scegliere e quindi anche di promuovere la vita, ovvero il bene. 

In questo senso, la scelta vegetariana o, meglio ancora vegana, nel voler riconoscere lo statuto di individuo irripetibile, lo statuto di “soggetto di una vita15 agli animali abitualmente uccisi per scopo alimentare o pseudo-scientifico (pensando alla sperimentazione) costituisce un importante testimonianza, un baluardo in favore della vita, testimoniando la possibilità di rinunciare ad un piacere personale in funzione della possibilità che altri essere viventi possano continuare a compiere il ciclo della loro esistenza.

Uomini appartenenti alle opulente società Americane ed Euroasiatiche sono benissimo in grado di poter scegliere di escludere animali dalla propria dieta, attraverso la rinuncia ad un piacere meramente materiale.

Rispetto e promozione della vita, boicottaggio attivo degli allevamenti industriali, comportamenti ed acquisti eco-sostenibili, riconversione della tecnologia al servizio della biosfera, spiritualità e senso della sacralità della vita in tutte le sue manifestazioni, rivalutazione dei soggetti individuali rispetto al collettivismo della società di massa sono alcune linee guida di un umanità che voglia definitivamente seppellire la Modernità, soprattutto le sue derive violente e minacciose, per poter guardare oltre.

1Arnold J. Toynbee, “Mankind and Mother Earth”, Oxford University Press, 1976

2op. cit.

3Hans Jonas, “Il principio responsabilità”, Einaudi, 1979

4Pierre Hadot, “Il velo di Iside. Storia dell'idea di natura”, Einaudi, 2006

5Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell'uomo nulla, vedi, è tremendo.
Va sul mare canuto nell'umido aspro vento, solcando turgidezze che s'affondano in gorghi sonori.
E la suprema fra gli dei, la Terra,
d'anno in anno egli affatica d'aratri sovvertitori e di cavalli preme tutta sommovendola.
E la famiglia lieve degli uccelli sereni insidia, insegue come le stirpi ferine, come il popolo subacqueo del mare,scaltro, spiegando le sue reti, l'uomo:
e vince, con frodi, vaghe pei monti le fiere del bosco:
stringe nel giogo, folta di criniera, la nuca del cavallo e il toro piega montano, infaticabile.
Diede a sé la parola, il pensiero ch'è come il vento, il vivere civile, e i modi d'evitare gli assalti dei cieli apertie l'umide tempeste nell'inospite gelo, a tutto armato l'uomo: che nulla inerme attende dal futuro.
Ade soltanto non potrà mai fuggire, se pur medita sempre nuovi rifugi a non domati mali.
Con l'ingegno che supera sempre l'immaginabile, ad ogni arte vigile, industre, egli si volge al male, ora al bene.
Se le leggi osserva della sua terra e la fede giurata agli Déi di sua gente, sé con la patria esalta;
un senza-patria è chi s'accosta, per la sua folle audacia, al male."

6Jorge Bergoglio, “Laudato Si'”, Piemme, 2015

7Non bisogna confondere totalitarismo con autoritarismo : i regimi Fascista, Nazista e Comunista furono autoritari, ma tutto il novecento nel suo complesso fu totalitario, ivi comprese le Democrazie Parlamentari: 
“Il concetto di totalitarismo di per sé rinvia a quei fenomeni di coinvolgimento “totale” degli individui e della società intera nei processi di trasformazione, mobilitazione o anche rinnovamento che possono essere visti come intrinseci alla modernità sin dalla rivoluzione francese. A quella lontana stagione rivoluzionaria … all'origine della nostra vicenda contemporanea.. possono essere fatti risalire anche altri aspetti totalitari della modernità...: il dominio dell'ideologia... la spinta disciplinare e pedagogica, l'affermazione contro le religioni storiche di una religiosità politica propria, non priva di elementi sacrali e rituali, e infine lo stesso esercizio della violenza che fu proprio del terrore giacobino.”  In: Raffaele Romanelli, “Novecento. Lezioni di Storia Contemporanea”, Pag. 129, Il Mulino, 2014.
Insomma, il totalitarismo così definito è proprio delle società di massa, ivi comprese le democrazie sociali e liberali che, peraltro, nel primo decennio degli anni 2000 non esitarono a violare direttamente i diritti umani e favorirne la violazione per “esportare la democrazia” e lo stile di vita e di consumo tipico dell'occidente.

8Flavia Conte (a cura di), “Conversazioni sul Postmoderno”, Mimesis, 2013

9op.cit.

10Pierre Teilhard de Chardin, “L'ambiente divino. Saggio di vita interiore.” Queriniana, 2009

11Arnold Toynbee, op. cit. pag. 30

12Ludwig Wittgenstein, “Ricerche Filosofiche”, Einaudi, 2009

13op.cit.

14Francesco Bottaccioli, “Meditazione, psiche e cervello”, Tecniche nuove, 2012


15Tom Regan, “Diritti Animali”, Garzanti, 1984

venerdì 15 gennaio 2016

Collettivismo e nevrosi del nostro tempo

Collettivismo e nevrosi del nostro tempo

Il Novecento, la tecnica ed il collettivo

Il Novecento è un secolo la cui lunga ombra si distende fino ai nostri giorni, non ancora epurati dai sui progressi, dai suoi guasti, dalle sue distruzioni.

E' interessante notare come ciascuna fase storica abbia le sue nevrosi caratteristiche. Il Novecento, che è il secolo del progresso, delle grandi macchine, delle masse collettive, del trionfo dell'Homo Faber sull'Homo Sapiens1, si apre con una guerra che rivoluziona totalmente il modo di combattere fino allora adottato dall'umanità: la Grande Guerra è il trionfo della tecnica sull'individuo.

Ora, l'artiglieria e la sua eccezionale potenza di fuoco rendevano il nemico invisibile e la morte collettiva, anonima, inesorabile (corsivo mio)”2. La morte anonima stroncava gli entusiasmi con i quali un'intera generazione, giovane, borghese, intellettuale e , per quanto riguarda l'Italia, intrisa di chimere e di fiamme risorgimentali ed irredentiste, aveva intrapreso con entusiasmo soggettivo l'impresa bellica: “In questo inferno, una generazione partita con entusiasmo sentì subito svanire l'idea della guerra come una gloriosa azione in cui far rifulgere eroismo, coraggio, iniziativa individuale.3

In questo terrificante anonimato collettivo la vana ricerca del “volto dell'altro”4 assumeva toni tragici e surreali quando, secondo il racconto di un anziano del posto che ebbi modo di incontrare durante una visita alle trincee nel Veneto, gli abitanti di Misurina, italiani, combattevano contro gli abitanti di Cortina, distante pochi chilometri, austriaci. Si combatteva spesso contro amici, parenti, colleghi; i contendenti, per lo più contadini ed allevatori, non parlavano né il tedesco né l'italiano. Parlavano Veneto. Negli intervalli tra un assalto e l'altro uscivano dalle trincee, distanti non più di 20-30 metri l'una dall'altra, e si scambiavano sigarette e grappa; per poi tornare in trincea e continuare un'assurda pantomima nella quale perdere la vita, se non durante un'assalto, era un caso legato ad un attimo di distrazione, di abbassamento delle difese dovuto alla noia. Ed in un attimo si poteva essere colpiti dal fucile nemico, stavolta anonimo, magari imbracciato dalla stessa persona con la quale ci si era scambiati la grappa il giorno prima, quando era possibile riconoscerne il volto.5

Nevrosi da guerra

E l'individuo, stroncato dalla terribile anonimità del proiettile proveniente dalla trincea opposta, spesso distante poche decine di metri, stroncato dalla insensatezza delle lunghe attese, dall'insensatezza degli assalti comandati per conquistare il nulla, quel piccolo pezzo di terra di nessuno tra le trincee, reso surreale dalla assenza di vegetazione6 e dalla presenza di cadaveri, crollava preda di nevrosi di guerra fino ad allora sconosciute.

Oggi conosciamo bene le nevrosi di guerra, dallo studio delle quali è partita la concettualizzazione del Disturbo da Stress Postraumatico PTSD, riscontrabile in quei casi in cui l'individuo va incontro a forti traumi, non necessariamente di origine bellica.

Durante la Grande Guerra ebbe inizio lo scontro dell'Individuo contro la Tecnica, che vide quest'ultima trionfante sino ai nostri giorni, nei quali la la Tecnica, longa manus della Finanza e del Potere, apparentemente in aiuto degli individui, rende oggetto e stupra la loro casa comune, una Natura sempre più debole, minacciando l'esistenza stessa della Biosfera.

Durante la Grande Guerra, “Erano... frequenti le esplosioni di follia, i deliri, l'autolesionismo, e poi i blocchi psicomotori, spasmi allucinazioni, paralisi, cecità, sordità e mutismo, e ancora depressione, regressioni animalesche, malinconia”7

Questi “malati non malati”, senza ferite evidenti, piuttosto che essere ospedalizzati e curati, scambiati per semplici codardi venivano gerarchicamente restituiti al fronte, per paura della renitenza.

Fu durante la seconda guerra mondiale, che proseguì e celebrò fino all'olocausto atomico il trionfo della tecnica sull'individuo, che le nevrosi di guerra furono finalmente riconosciute e curate.

Wilfred Bion, psicoanalista e teorico della psicoanalisi, le cui teorie furono fondamentali per il pensiero psicoanalitico dal dopoguerra fino ad'oggi, iniziò a lavorare come Psichiatra con le persone afflitte da nevrosi di guerra: a partire da questa esperienza sviluppò le sue monumentali teorie sulla dinamica dei gruppi.8

Il Postmoderno e le sue patologie

Ed oggi? Il Collettivo spersonalizzante permane, spogliato però dai grandi sistemi ideologici che di quel collettivo furono il veicolo: Democrazia Parlamentare Rappresentativa, Totalitarismo Comunista, Totalitarismo Fascista. E' il Postmoderno descritto da Lyotard9, nel quale si assiste al crollo dei grandi sistemi di riferimento.

Per parafrasare il grande maestro Woody Allen: “Il Totalitarismo Fascista è morto, il Totalitarismo Comunista è morto, ed anche la Democrazia Parlamentare Rappresentativa, ultima sopravissuta del Novecento, non si sente bene”.

Nel vuoto dei riferimenti ideologici e religiosi, in un epoca in cui la Modernità Illuminista ha destituito il Sacro riducendolo ad un racconto per bambini oppure a superstizioni con cui nutrire ingenui ed anime semplici, il Collettivo del '900 è rimasto intatto e terrificante.

Il Collettivo è deducibile anche dalla semantica in uso corrente, secondo la quale i principali soggetti degli eventi occorrenti non sono persone, individui identificabili ma soggetti collettivi come: Mercati, Finanza, Economia, Sindacati, Partiti, Istituzioni, Imprenditori, Lavoratori, Elettori, Borghesi, Migranti, Proletari, Capitalisti, Democrazia, Parlamento, Commissioni, Tavoli, Stati Generali, Stake-holders, Consiglio dei Ministri, Agenzia delle Entrate, Borse, Banche, Massoneria, Stato, Mafia.

Sappiamo quanto sia difficile e quanto possa rivelarsi inutile aspettarsi di interloquire con Individui Responsabili quando ci rapportiamo alla Pubblica Amministrazione, più sgherri del Collettivo, guardiani del Castello10 ,che funzionari in servizio per i cittadini.

Viene da chiedersi quanto possano essere fallaci e paranoiche le ipotesi riguardanti l'esistenza di un Gran Burattinaio che manovra nascosto dietro le quinte o quanto piuttosto, ipotesi vieppiù terrificante, che gli eventi siano condizionati da un sistema basato sul Collettivismo e l'Anomimato... che l'individuo non si scontri con altri individui, pur potentissimi ed occulti, ma si scontri con un intero sistema basato sul collettivismo e l'anonimato, un po' come la Mano Invisibile pensata dall'economista inglese Adam Smith11, null'altro che una funzione di autoregolazione di un sistema autoreferenziale e negativamente entropico.

L'era del Narciso dipendente

Nella nostra epoca, in reazione alla caduta postmoderna delle ideologie ed al collettivismo dominante, gli individui riconvertono l'investimento libidico, originariamente destinato al mondo esterno, sul proprio Sè, originando nevrosi di tipo narcisistico12 e dipendenze patologiche.

L'iperinvestimento del sé, il vivere in mondi fantastici, pretendere di abitare i castelli in aria che abbiamo costruito, spesso è una reazione al sentire che la nostra possibilità di incidere sul mondo è scarsa.

Questo fenomeno ricade purtroppo sulle giovani generazioni, ipereducati, iperqualificati, con aspettative altissime, ma spesso increduli ed impotenti rispetto alle vere e durissime regole del gioco.

Qualcuno si salva grazie alla rete di relazioni familiari, altri vedono spezzarsi i sogni sulla barriera del collettivismo, della antimeritocrazia, una barriera sulla quale il collettivismo infrange la responsabilità soggettiva, individuale.

Iperinvestire il a scapito della realtà esterna. Negare la propria fragilità sul piano affettivo e la difficoltà di creare legami intersoggettivi importanti e duraturi, quindi rivolgersi in maniera massiccia, egosintonica e culturalmente accettata, verso l'uso di sostanze ed altre forme di dipendenza, alimentare, gioco d'azzardo, shopping compulsivo.

Tutto, purchè si possa eccitare il nostro sistema di ricerca mediato dalla Dopamina, però come in un gioco, senza incidere minimamente sul Collettivo con il quale non ci possiamo scontrare, che non possiamo sovvertire.


Rebel Rebel, omaggio al Duca Bianco

Quali antidoti? Dalla disobbedienza civile di Thoreau13, dai vagabondaggi di Keruack,14 alle rivoluzioni di Steve Jobs15 e Mark Zuckenberg, che ribaltano il rapporto di dominanza della Tecnologia sull'uomo e la riportano al servizio del soggetto e della intersoggettività, passando per Gregory Bateson16 ed il suo concetto di Struttura che cancella la separazione introdotta dalla Modernità tra uomo e natura, tra soggetto ed oggetto, per arrivare al monumentale magistero che Jorge Bergoglio ha espresso nella sua Enciclica Laudato sì17 , passando per Mitnick18 e tutto il movimento Hacker White-Hat volto a scardinare il monopolio anonimo della conoscenza per metterla a disposizione di tutti coloro che, attraverso il web possono recuperare la loro soggettività.

Accostamenti arditi, improbabili, voglia di “individuo collegato con altri individui”, voglia di rivoluzione intersoggettiva che si esprime, contro il collettivo, in maniera ancora confusa attraverso l'accesso facilitato alla intersoggettività del web 2.0, attraverso i social media, anche attraverso l'apparentemente banale voglia di selfie, che mettono il proprio volto a disposizione di altri volti, attraverso la disobbedienza civile, attraverso lo sviluppo di nuove forme di empatia verso i poveri del terzo millennio, verso la natura stuprata, verso gli animali ridotti a cose... voglia di costruire nuovi modelli di convivenza in microcomunità fondate sulla dimensione intersoggettiva, sul rapporto tra soggetti piuttosto che sul rapporto tra un soggetto ed i suoi oggetti...  voglia di disobbedienza, di ribellione...

Lasciamoci quindi sulle note del Duca... ciao David, continua a ribellarti con noi...



1Hans Jonas, Il Principio Responsabilità, Einaudi, 1979
2Raffaele Romanelli, Novecento. Lezioni di Storia Contemporanea. p. 10 Il Mulino, 2014
3Raffaele Romanelli, ibidem
4Emanuel Lèvinas “Totalità ed infinito”. Jaca Book, 1983
5Ernst Junger, Tempeste d'acciaio
6Ernst Junger, ibidem
7Raffaele Romanelli, ibidem
8Wilfred Bion, Esperienze nei gruppi, Armando, 1997
9Flavia Conte (ed.), Conversazioni sul Postmoderno, Mimesis, 2013
10Franz Kafka, Il Castello, Garzanti, 1991
11 Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, 1976
12Luigi Turinese, L'anima errante: variazioni su Narciso, Flower, 2013
13Henry Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi, BUR, 1998
14Jack Kerouac, I Vagabondi del Dharma, Mondadori, 1968
15Walter Isaacson, Steve Jobs, Simon & Schuster, 2011
16Gregory Bateson, Mente e Natura, Adelphi , 1984
17Jorge Bergoglio, Laudato sì, Piemme, 2015

18Kevin Mitnick, L'arte dell'intrusione, Feltrinelli, 2005

martedì 5 agosto 2014

Sulla cura di sé e sull'Otium necessario al vivere

Sulla cura di sé e sull'Otium necessario al vivere


Stress correlato al lavoro.

Stress correlato alla mancanza di lavoro.

Stress correlato alla mancanza di tempo libero.

Stress correlato, paradossalmente, al  tempo libero, quando vissuto in un modo concitato, iper-organizzato.

 Stress correlato perfino alla antica pratica antropologica del dono, magistralmente descritta da Marcel Mauss nel "Saggio sul dono": se il povero Marcel vedesse oggi un centro commerciale sotto Natale uscirebbe dalla tomba e straccerebbe il suo lavoro.

Prendiamoci una pausa e curiamo lo stress leggendo insieme un saggio della scrittrice inglese Vernon Lee, pseudonimo di Violet Paget, conoscitrice del Rinascimento, lesbica e femminista, che visse a Firenze dal 1889 fino alla sua morte nel 1935. 

Curiamo lo stress occupandoci dell' Otium, esaltato da Cicerone  ed Orazio e ripreso in tempi più recenti da Bertrand Russell. 

Giovanni Bellini, San Girolamo leggente nel deserto, 1505
San Girolamo è considerato da Vernon Lee il patrono dell'Otium


L'Otium non è semplicisticamente un tempo libero in cui non fare nulla, si tratta piuttosto di uno stato  d'animo, un tempo in cui possiamo sentirci liberi  "di fare quel che ci piace e di avere un bel po' di spazio per farlo" , scrive Violet, alias Vernon. 

L'Otium quindi "ha bisogno di essere suffragato dai nostri sentimenti perché non è una caratteristica del tempo, quanto un particolare stato d'animo"; una disposizione, una mentalità, diremmo oggi. Una propensione alla libertà di contemplare, pensare, fare… rigorosamente posti in questa consecutio. 

L'Otium spesso non è reso possibile da mille giustificazioni razionalizzanti: impegni, soldi che non bastano mai per coprire spese per cose sulla cui reale utilità ci dovremmo ben interrogare, lavoro,  famiglia che invece di essere sentita come un privilegio ed una risorsa viene spesso presentata come un impegno al quale attendere con dovere e fastidio.

Dietro queste razionalizzazioni spesso si nasconde un vero e proprio horror vacui che porta le persone a correre nella ruota come criceti in gabbia, come se la corsa fine a se stessa fosse l'unica alternativa vitale all'incontro con i propri fantasmi.

Hans Jonas ne "Il principio responsabilità" sottolinea come nei nostri tempi l'homo sapiens sia sostituito dall'homo faber, attraverso un cieco assoggettamento alla tecnica, alla produzione, agli interessi materiali ed al "fare" fine a sé stesso. 

Sappiamo che il "fare" è un grande antidepressivo, una fuga da quelli stati di malinconia che viceversa potrebbero portare ad una riflessione sistematica sulla propria vita, alla valutazione circa la corrispondenza e l'armonia tra la vita condotta, la propria personalità e le proprie inclinazioni.

Verso i propri fantasmi è importante esercitare l'aletheia, il non-nascondimento.

Così, nel  caso caso in cui non dovessimo riscontrare la corrispondenza e l'armonia desiderabili tra vita vissuta ed inclinazioni personali, l'aletheia ci permetterà di alzare le vele per mari non ancora esplorati, ci permetterà di navigare e cercare acque nelle quali sia possibile trovare un maggiore rispecchiamento.

Scrive ancora Vernon Lee: "La paura della noia, la paura del crollo morale che comporta, ingombra il mondo di spazzatura: … per molte persone… il mondo è come la soffitta di un pittore ove una tela mezza imbrattata tre metri per due (e qui il mio pensiero tristemente si rivolge a Pollock, n.d.r.) nasconde la Gioconda appesa al muro e la Venere nell'angolo, ed offusca la vista delle incantevoli cime degli alberi, dei frontoni e dei lontani prati dalla finestra."

Attenzione quindi ad abusare del "fare" come antidepressivo; questa modalità comporta importanti danni sul piano psicologico soprattutto per tutte quelle persone "…il cui pensiero si libra su luoghi remoti, ruota e poi piomba sulla preda e la ghermisce, come non sarebbe possibile cacciando appostati tra i cespugli" ; tutte quelle persone dotate di leggerezza e rapidità di pensiero ed espressione, doti che Italo Calvino, nelle Lezioni Americane, considera come aventi valore assoluto nell'espressione linguistica scritta.

Le persone di questo tipo non sono necessariamente rivelate come geni, artisti o letterati, benchè possiedano leggerezza e rapidità di pensiero e sensibilità d'animo: molte di queste persone, e ne ho riscontro anche nella attività psicoterapeutica, sono, ahimè, imprigionate nella gabbia dell'horror vacui, irregimentate in realtà esistenziali all'interno delle quelli il pensiero libero non si può esprimere.

Ed è così che "… coloro che sono nati per la contemplazione e l'armonia e, nello sforzo di essere svelti e pratici, nella lotta per il successo e le conoscenze giuste perdono, atrofizzano (ahimè dopo tante e crudeli scottature!)  le loro innate e mirabili facoltà".

Inoltre, "è deplorevole vedere così tante buone qualità sacrificate solo per andare avanti, indipendentemente dal bisogno reale; andare avanti, non importa perché,  e sulla strada verso non importa cosa".

Ed è così che le pressochè infinite  possibilità di una mente libera, che abiti un tempo libero e personale, vengono sacrificate al grande Moloch della produttività materialistica e del falso ed ingannevole tempo-contenitore.

D'altra parte "Il mondo vuole abitanti utili. Sta bene. Ma anche le nuvole che costruiscono ponti sul mare, le tempeste che modellano le cime ed i fianchi delle montagne, sono anch'esse parte del mondo; e vogliono creature che si seggano ad osservarle ed a scoprire i segreti della loro esistenza e li portino con sé".

L'Otium, all'interno del quale possono essere contenuti elementi come meditazione, cammino, contatto con specie animali diverse dall'uomo, contemplazione e preghiera, costituisce da sempre una cura dell'anima e consente un riconoscimento di tipo ontologico, ancor prima che utilitaristico ed etico, del mistero da cui siamo circondati.

Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1475

Osserviamo San Girolamo, Padre della Chiesa vissuto tra il IV e V secolo, traduttore della Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino, ritratto dal pittore rinascimentale Antonello da Messina  mentre legge, pensa e contempla: 

"San Girolamo, il nostro caro patrono dell'Otium, sta guardando in alto, sognante, oltre la scrivania, ascolta le allodole fuori dall'ampia finestra ed osserva le bianche nubi veleggianti. 

E' meno vivo di quanto sarebbe se i suoi occhi fossero incollati sulla pagina, i pensieri concentrati su un argomento, se la penna stridesse sulla carta e la sua anima fosse dimentica di se stessa? 

In tal caso potrebbe scrivere belle parole, pensare bei pensieri, ma avrebbe mai potuto avere bei pensieri da pensare, belle parole da scrivere, se fosse sempre stato impegnato a pensare e a scrivere, e non si fosse intrattenuto con le allodole, le nuvole o il suo caro leone sullo zerbino, ma solamente con la penna stridula?"

Mi piace una vita piena di prezioso Otium, indirizzata alla cura dell'anima e vissuta nel recupero dell'aspetto sacramentale degli atti pratici della vita quotidiana, ovvero il  "…trasformare le azioni del mangiare, del bere, del dormire, del lavarsi del pulire la casa, per non parlare di matrimonio, nascita e morte, in qualcosa di significativo e non solo animalesco, tracciare il disegno degli anni in giorni, ognuno con il suo significato simbolico e commemorativo la sua carica emotiva"

Perfino la "Regola" dei monasteri benedettini Ora et Labora (et Lege aggiungerei, visto che l'aspetto dello studio è ritenuto fondamentale da San Benedetto; inoltre nella Regola la frase che ci insegnano alle elementari, Ora et Labora, non si trova mai scritta)  in questo senso può,  paradossalmente ma non troppo,  essere vista tutta come un Otium, nel suo far prevalere costantemente l'aspetto contemplativo anche nel lavoro e nelle attività.

A proposito di cura dell'anima, lo storico Pierre Hadot attraverso uno studio filologico del pensiero antico e cristiano presenta degli esercizi spirituali attraverso i quali imparare a vivere, imparare a morire, imparare a leggere (Hadot "Esercizi spirituali e filosofia antica").

Attraverso l'esercizio dell'Otium, attraverso la pratica quotidiana della meditazione possiamo individuare la componente più ricca di fascino della nostra vita: "..l'Otium arresta il tira e molla, la reciprocità improvvisata tra persone e circostanze. 

E' nell'Otium che l'anima è libera di crescere secondo le proprie leggi, organizzata ed armoniosa interiormente, e la propria gerarchia individuale è libera di elaborare sentimenti e pensieri, ciascuno dei quali si allinea e procede capeggiato da un comandate coscienzioso

…. è durante l'Otium che le voci -mentre parliamo con persone care o meditiamo su temi  che ci sono ancora più cari- imparano i modi armoniosi, l'intonazione, l'accento, la pronuncia delle singole parole, e tutto finisce per rientrare in un disegno tipico, ed i lineamenti del volto imparano a muoversi con quella espressività che spesso rende persino la bruttezza più radiante della bellezza. 

E allora, non sarà durante l'Otium, nelle pause della vita, che impariamo a vivere, come vivere e per cosa?"


Vernon Lee, Sull' Otium, in : "Il Palinsesto del Cervello Umano", a cura di  Ottavio Fatica, Il Melangolo, 1995

lunedì 26 agosto 2013

Sul tempo, stress e nevrosi.

Siamo abituati a considerare il tempo come un contenitore, una sorta di scatola in cui collocare più cose possibili. Consideriamo altresì la nostra vita come se fosse realmente scandita da un tempo lineare, divisibile meccanicamente in anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi...



Tutto ciò è un falso, meglio, una convenzione.

Scambiare questa convenzione per qualcosa di realmente esistente è fonte di accumulo di stress e nevrosi.

Già Agostino d'Ippona, nel mirabile undicesimo libro de “Le confessioni” sconfessa la visione lineare e meccanica del tempo: “Tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente ed il presente del futuro”. E rispetto alla misura del tempo: “ Cosa misuro infatti se dico: questo tempo è più lungo di quello?... non misuro il futuro, che non esiste ancora, non misuro il presente, che non ha estensione, non misuro il passato, che ormai non esiste più.” Agostino conclude che le misura del tempo è nell'anima (oggi forse diremmo nella mente) e che il vero tempo, l'eternità, appartiene solo a Dio.

Immanuel Kant 13 secoli dopo definisce il tempo come uno schema da noi utilizzato per collocare, ricostruire ed elaborare mentalmente immagini e concetti. Tutta l'attività mentale per Kant è scandita dal tempo, che lungi dal costituire una realtà esterna da cogliere attraverso i sensi, è uno schema presente a priori dentro di noi.

Arriviamo al secolo scorso per incontrare la ricerca sui ritmi circadiani, ed anche qui viene confermato che il tempo non è altro che una sorta di senso interno, scandito da alcuni attivatori biologici.

Quindi il tempo non esiste come oggetto dell'esperienza, siamo noi a costruire il tempo perchè abbiamo bisogno di collocare i mutamenti della natura ed i mutamenti del nostro corpo in una progressione che ci piace immaginare lineare e ripetitiva.



Negli anni '60 era di moda regalare un orologio per la prima comunione. Era una sorta di ammissione nel mondo degli adulti. Il piacere di ricevere un oggetto bello, all'epoca costoso, simbolo dell'ingresso in punta di piedi in un mondo adulto, lasciava ben presto spazio alla puzza di bruciato, all'idea di aver preso una fregatura. In realtà, con l'orologio, si veniva ammessi in un infernale mondo dove vige la schiavitù. Ogni istante della propria vita iniziava ad essere scandito, obbligato.

Noi baby boomers eravamo fortunati, non avevamo centri estivi dove venivamo raccolti come profughi quando i genitori non sapevano cosa fare di noi perchè era estate e le scuole chiudevano, la giornata estiva era un fluire naturale scandito dall'organizzazione dei nostri giochi, interrotta solo dalla necessità, fisiologica, della colazione, del pranzo, della merenda, della cena, del riposo notturno. Per il resto davamo forma al nostro tempo con la fantasia, che ci faceva diventare di volta in volta corridori del giro d'Italia, calciatori famosi, guardie o ladri, corridori automobilistici.

Il tutto mentre imparavamo dall'esperienza a stabilire e regolare le relazioni all'interno del gruppo, imparavamo la dominanza/sottomissione, il potere, la compassione, l'empatia, spontaneamente crescevamo secondo il nostro tempo interno.

Così nelle altre stagioni l'unico tempo meccanico era la campanella della scuola che suonava 4 volte: entrata, ricreazione, fine ricreazione, uscita... una dose di schiavitù tollerabile, perchè poi potevamo rientrare nel fluire del tempo personale/interpersonale... L'altra forma odierna di schiavitù, il tempo televisivo, era la TV dei ragazzi dalle 17 alle 18, il film del lunedi sera, un cartoon Disney a Natale.

Il tutto comunque era molto dimensionato e tollerabile, non avevamo scuole a tempo pieno, palestre, piscine, danza, inglese, chitarra e cinese, pene attualmente comminate ai bambini responsabili di avere dei genitori schiavi del tempo meccanico ed illusorio.

Siamo disabituati a percepire sia cambiamenti della natura che i cambiamenti del corpo... non vediamo il tempo, ma potremmo vedere dei cambiamenti... il nostro corpo non ha le stesse esigenze nelle 24 ore ma non siamo abituati ad ascoltarlo ed accondiscendere: la mattina siamo più pronti per le attività mentali, poi verso le 12 abbiamo bisogno di riposo perchè c'è un calo fisiologico, per poi riprenderci nel pomeriggio dove vanno privilegiate attività fisiche e di movimento, per poi far calare la sera con tranquillità, con un progressivo ritiro che ci conduca alla frenata graduale, unica garanzia di un sonno facile e ristoratore.

La mattina poi il nostro corpo non vuole un risveglio frenetico, ma un progressivo addentrarci nel vivo della giornata.

In tutto questo, il tempo del cibo dovrebbe essere esteso, metodico e sociale: “slow food for ever”!

Ma tutti gli impegni??? Come si fa, queste son belle parole, ma bisogna lavorare, pulire casa, badare ai figli... la sequela nevrotica incombe e preme, mentre ci dimentichiamo del nostro corpo dei ritmi che detta, ci dimentichiamo della natura e delle stagioni, che a loro volta dettano al nostro corpo dei ritmi diversi secondo la temperatura e la quantità di luce solare.

Ascoltare il proprio corpo, capire i ritmi ed assecondarli, potrebbe essere l'inizio di una piccola/grande rivoluzione, un primo rifiuto della schiavitù indotta dal falso tempo meccanico, che diventa un contenitore che vogliamo riempire sempre di più.

Non ascoltare il corpo e non accompagnarlo nei suoi ritmi necessari, non seguire la scansione di un tempo interno e soggettivo comporta un grave accumulo di distress, legato a sua volta ad una maggiore incidenza di malattie cardiocircolatorie, gastrointestinali e malattie mediate dal malfunzionamento del sistema immunitario, tra cui il cancro.

Seguire l'illusione di un tempo meccanico e lineare da riempire di cose è frutto di un'interpretazione nevrotica ella realtà, alla base della quale, per lo più si trovano stati ansiosi e depressivi, ed il conseguente tentativo di riempire il tempo in maniera onnipotente per non “ascoltare” sentimenti ed emozioni che ci mettono in difficoltà e non ci riconosciamo volentieri.

Qual' è la cura?
  • Pensiamo sempre al tempo per quello che è, non come un dato di fatto ma una mera convenzione, utile se dobbiamo andare al cinema, in vacanza, giocare a calcetto o svolgere un lavoro in compagnia di altre persone. Il tempo serve per concordare dei momenti condivisi. Non di più!
  • Oggi possiamo combattere la schiavitù del tempo televisivo attraverso il Web e la TV on demand, strumenti irrinunciabili, possiamo scegliere i momenti della giornata in cui lavorare o intrattenerci, ed il tutto compatibile con i tempi del corpo: è noto che si deve evitare attività al computer o programmi televisivi eccitanti prima di andare a dormire, quindi via PC, MAC e TV dalla camera da letto.
  • Impariamo ad ascoltare, tollerare ed assecondare il nostro corpo, ci accorgeremo che in alcuni momenti della giornata avremo voglia di pensare, studiare, organizzare, in altri avremo voglia di muoverci, in altri avremo necessità di mangiare, di riposare, di incontrare gli amici e le persone care. Ricordiamoci che non si tratta di capricci da superare, ma di vere e proprie necessità: se la vogliamo mettere su un piano unicamente materialistico perdiamo più vita e soldi in trattamenti sanitari di quelli che pensiamo di guadagnare violentando le esigenze fondamentali.
  • Impariamo ad ascoltare, tollerare ed assecondare la nostra mente, riconoscendole il diritto a diversi stati d'animo, ad un tempo interno ricco e vario, che dovrebbe venire primo in grado rispetto agli impegni esterni, ed alla paura di guardarci dentro e riconoscerci per quelli che siamo. Anche in questo caso coltivare la propria nevrosi è molto costoso anche sul piano materiale, in termini di vita e risorse sprecate.
  • Introduciamo sistematicamente metodiche di rilassamento profondo e meditazione, imparandole da professionisti esperti, che possono aiutarci a recuperare l'ascolto di corpo e mente.
  • Se nulla di tutto ciò funziona non trasciniamo la nostra vita in condizione di schiavitù e rivolgiamoci ad un professionista, possibilmente che non sia a sua volta uno schiavo, che possa aiutarci a spezzare le catene.
  • Consideriamo sempre che la vita è un bene che abbiamo ricevuto e che un giorno dovremo restituire, quindi sarebbe cosa buona restituire il bene ricevuto in buone condizioni e possibilmente accresciuto e migliorato, ciò potrà avvenire solo se saremo stati capaci di “mantenere” bene noi stessi per poter lasciare un segno positivo di noi nelle persone e in quello che, seguendo la freccia del tempo e la seconda legge della termodinamica, ci ostiniamo a chiamare “futuro”.

domenica 20 gennaio 2013

Vivere in tempi di crisi, istruzioni per l'uso: A Psychological Survival Kit

“O tempora o mores”. Ogni era ha la sua morale, e le sue psicopatologie!

Esistono delle psicopatologie che nel tempo si ripetono uguali a se stesse, ma vengono considerate diversamente dal contesto storico culturale.

La figura di Ildegarda di Bingen, affascinante badessa mistica del XII secolo, visionaria, taumaturga, medico, filosofo, predicatrice, badessa, ai tempi di Freud sarebbe stata un'isterica, oggi sarebbe stata una persona avviata ad una carriera neuropsichiatrica. A causa dei disturbi neurologici, delle visioni e delle sue elaborazioni mistiche sarebbe stata imbottita di antipsicotici atipici, stabilizzatori dell'umore e si sarebbe fatta qualche ricovero in clinica o in trattamento sanitario obbligatorio.


I tempi ed i costumi oltre ad accogliere in maniera diversa le manifestazioni dell'animo umano e contribuiscono a creare delle forme specifiche con cui le persone esprimono il loro star male.

La repressione sessuale condizionò i fenomeni che poi vennero denominati “isteria”, a partire dalla quale Freud ideò il pensiero psicoanalitico. Oggi l'isteria sembra quasi scomparsa o mimetizzata all'interno di altre psicopatologie.

A partire dagli anni 70', nell'epoca del relativismo morale e dell'individualismo, della perdita delle reti supportive sociali e familiari, si sono mostrati in aumento esponenziale i cosiddetti disturbi narcisistici, legati ad una fondamentale fragilità dell'animo unita ad una particolare sensibilità per come si viene visti dagli altri, vissuti come sempre più distanti e persecutori piuttosto che supportivi.

Vediamo come la profonda crisi economica che sta attraversando tutte le civiltà occidentali, influenzano l'espressione dell'ansia e della depressione.

Fino ad oggi tutti credevano nel progresso e non vi erano dubbi che le generazioni successive avrebbero potuto vivere meglio delle precedenti.

L'uscita dall'orrore delle guerre mondiali, il miglioramento delle condizioni di vita che ebbe un picco positivo nel secondo dopoguerra del '900 (del quale i “baby boomers” , le persone nate tra il 1950 ed il 1968, sono un prodotto) la rivoluzione (culturale e dei costumi più che politica) del '68 hanno creato una generale fiducia nel “progresso”, nel miglioramento a tutti i costi.

In questi periodi in cui l'economia recede le persone si trovano di fronte ad importanti disillusioni, a configurazioni sociali date per acquisite e scontate, che invece sembrano crollare.

Il prezzo è il disorientamento, la perdita dei sogni, l'ansia, la depressione.

Le patologie di tipo ansioso sono in grande aumento ma il vero male epidemico è quello costituito dalle varie forme di dipendenza, strettamente collegate alle prime.

La dipendenza è un tentativo di autocura delle patologie ansiose perchè le dipendenze consentono di regolare in maniera immediata l'iperattivazione ansiosa ed i picchi depressivi.

Dall'uso di droghe, epidemico a partire dagli anni '70 del secolo scorso e non in regressione, le dipendenze si sono estese a diverse aree come il comportamento alimentare, gli affetti, lo shopping, internet e l'uso compulsivo di tutti i “technological devices”.

L'alcool rimane una dipendenza antica e mai debellata, il tabagismo è passato da un modello da emulare (chi non ricorda Huphrey Bogart in Casablanca che da l'addio alla sua bella fumando come un turco) alla più grave e dannosa , in termini di costo sanitario e mortalità, delle dipendenze.

Occorre un kit psicologico, una valigetta degli attrezzi per poter vivere in un mondo che cambia, anche più rapidamente di quanto possiamo immaginare, un kit composto da 15 antidoti che costituisca un'importante prevenzione per le ansie generate dal contesto sociale che viviamo.

E' importante cambiare mentalità e non essere investiti dalle folate di vento di disillusione, di ansia per il futuro. Vivrà meglio chi capirà prima e sarà in grado di disporsi al cambiamento.

Saranno inevitabili alcune generalizzazioni e semplificazioni che mi perdonerete.

1. Il primo antidoto che tiriamo fuori dalla valigetta si chiama “Decrescita”. Per la definizione e la storia vi rimando a Wikipedia. In estrema sintesi, il pianeta non può sopportare il modello di sviluppo dominante dall'ultimo dopoguerra in poi.

Se in termini generali possiamo anche essere convinti dell'opportunità di rivedere il ciclo produzione-consumi, nel particolare delle vite di tutti noi tutto ciò implicherebbe assumere dei comportamenti che implicherebbero cambiamenti importanti e difficili da digerire: per vivere in maniera coerente alla decrescita è necessario quindi un vero e proprio lavoro di ridefinizione psicologica delle nostre abitudini.



2 Ciò che la “Decrescita” rappresenta a livello globale il “Downshifitng” declina a livello personale, nelle nostre vite di tutti i giorni. Anche qui per la definizione rimando a Wikipedia ed alle varie pubblicazioni sul tema. La scelta della semplicità volontaria nasce da professionisti e dirigenti che decidono di impiegare diversamente il proprio tempo, vivendo in maniera frugale e risparmiando così risorse da dedicare alla famiglia, agli affetti, al volontariato, alla coltivazione di sé.

I più giovani in attesa di lavoro o con lavori saltuari obietteranno che per loro il “down” non è una scelta, ma una condizione obbligata. Ancora di più cambiare mentalità verso una vita frugale ed essenziale diventa una necessità impellente, un fattore di sopravvivenza e non una scelta che per ora è classificata da molti un po' snob e fondamentalmente aristocratica.

Cercare con soddisfazione l'essenzialità ed il recupero del tempo per se stessi e per gli affetti combatte il senso di frustrazione permanente.

3. Terza idea per la sopravvivenza è una nuova rivoluzione copernicana: Copernico mise finalmente il sole al centro e non la terra, ora dobbiamo mettere al centro il Tempo e non il Denaro. Il tempo non è denaro, come si diceva una volta, ma un bene limitato che non si può scambiare, che si perde irrimediabilmente non appena trascorso, ed il suo trascorrere è ineluttabile.

E' vero che se non c'è denaro sufficiente il tempo può essere gramo, è anche vero che la soglia della “sufficienza” del denaro non è oggettiva ma influenzata dalla morale, da usi e costumi. In altre parole lavorando sui falsi bisogni si può diminuire di molto il denaro necessario a fare una vita soddisfacente. I beni materiali spesso sostituisco un orizzonte di senso difficile da trovare nella vita, costituiscono una soddisfazione immediata che esime le persone dall'interrogarsi sul senso delal propria esistenza, dal guardarsi dentro e leggere eventuali fonti di insoddisfazione. Spesso ci si getta sui beni materiali perchè si ha paura di crescere e cambiare.

Per i miei nonni il risparmio era un valore e all'epoca (i miei nonni nascono intorno al 1900) chi si indebitava era guardato con sospetto: magari vivere di poco, ma del proprio. Dagli anni '60 l'indebitamento è diventato un valore, rate per la lavatrice, la tv, la macchina nuova, più spaziosa, potente e prestigiosa. Poi vennero i mutui e gli italiani (unici nel mondo occidentale) diventano quasi tutti proprietari di casa, perchè l'affitto sono “soldi buttati”. In realtà la proprietà di quelle case è per lo più delle banche, in attesa che le famiglie paghino i mutui. La propria vita in mano alla banca, per 15, 20, 25 anni! Spesso nella voglia di crescere ed emanciparsi si acquista una casa più grande, bella e cittadina di quanto sia indispensabile, ed il criterio del denaro sufficiente per vivere cresce, cresce esponenzialmente.

Questo è un'importante fattore di ansia cronica, la tanto desiderata casa di proprietà diventa un Moloch al quale sacrificare la propria vita ed il proprio tempo.

Essere indebitati è “buono”, con poco al mese possiamo avere macchina nuova, il televisore, il computer nuovo, e ci mangiano il Tempo e l'anima, la serenità, che sono gli unici due beni non sostituibili.

4. Quarto antidoto è la considerazione oggettiva dei nostri tempi: viviamo più a lungo e meglio, la medicina ha fatto passi da gigante, la gente può avere un'istruzione, siamo più attenti del passato all'infanzia, alle persone più deboli, alla natura ed agli animali, il concetto di razza è sostanzialmente abolito e nasce il dialogo interreligioso. C'è ancora moltissimo da fare, ma solo 50 anni fa tutto ciò sarebbe stato impensabile!

Abbiamo un'aspettativa di vita lunga e relativamente comoda ed istruita. Volere sempre di più, riferito specialmente ai beni materiali, fa in modo di creare nelle persone uno stato di perenne frustrazione e lamentela che ci fa dare per scontato il fatto che i miei genitori sarebbero potuti morire per una semplice polmonite che oggi si cura con 10 giorni di antibiotici e di riposo a casa.

Così viviamo di più, ma rischiamo di farlo depressi e svogliati, frustrati perchè guardiamo sempre a tutto ciò che non abbiamo.


5. Gianbattista Vico, XVIII secolo, e Oswald Spengler, XX secolo, ci insegnano che la storia non è un percorso lineare, ed Arnold J. Toynbee, allievo di Spengler, riprende ed esalta la nozione di cicli storici parlando delle civiltà come creature che hanno un loro ciclo vitale, nascono, crescono, invecchiano e muoiono. La principale opera di Spengler si intitola “Il tramonto dell'Occidente”.

Se esistono i cicli in storia dobbiamo allenarci a pensare che l'idea che il futuro sarà sempre garantito è fasulla. Posti di lavoro a tempo indeterminato, stato sociale, pensioni erogate con il metodo contributivo, costi faraonici della politica e dell'apparato statale, risorse dello stato distribuite in maniera clientelare, lavoro per lo Stato e contemporaneo lavoro in nero che permette di pagare la casa al mare e l'Università ai figli appartengono ad un altra epoca.

Il garantismo sindacale si tramuta in scontro generazionale, tra chi ha un lavoro ipergarantito e chi il lavoro non ce l'ha punto. Un giovane che non riesce a lavorare vede con orrore gli operai che si lamentano della cassa integrazione, grazie alla quale invece che perdere il lavoro possono stare a casa pagati, magari poco, ma pagati.

La condizione precedente non è prorogabile, le risorse sono state consumate tutte. Chi gode ancora di privilegi prova a tenerseli stretti, ma per chi non gode di privilegi desiderarli è fonte di frustrazione, ansia, depressione. Smettiamo di desiderare quello che non possiamo avere.

I privilegi sopra elencati non sono esistiti in tutte le epoche ma, considerando i tempi storici, in un breve periodo di esaltazione legato al progresso tecnologico e ad un periodo relativamente sgombro da guerre devastanti.

6 Considerare le cose “sub specie aeternitatis”, come diceva Spinoza: uscire dalla continua attenzione alla nostra esistenza individuale e storica limitata nel tempo.
Guardare più in là, alle generazioni future ed alle altre persone.
Guardare più in su se si possiede una forma di religiosità e di trascendenza.
Dice il filosofo: “ La beatitudine non è il premio della virtù ma la virtù stessa; e non non ne godiamo perchè reprimiamo le nostre voglie; ma viceversa, perchè ne godiamo possiamo reprimere le nostre voglie.”

7 Ridimensionare le aspettative senza perforza rinunciare ai sogni. Il problema della disoccupazione intellettuale è legato al fatto che la società italiana non è realmente evoluta al passo con il quale sono evolute le aspettative di miglioramento della condizione sociale. Si laureano molte più persone di quante un'Italia fondamentalmente sclerotica, gerontocratica ed arretrata riesca ad assorbirne. Oggi laurearsi non è poi così difficile, le Università pubbliche costano poco, genitori con il diploma superiore o con la terza media mettono al centro della loro vita l'aspettativa di avere un figlio laureato, ci si può laureare anche impiegando 10 anni per compiere un percorso di studi per il quale ne servono la metà.

Spesso ci si laurea impiegando troppo tempo e con percorsi di studi di scarsa qualità. Un tempo bastava laurearsi comunque e sperare in un concorso, prima o poi entravano tutti, bastava uno zio democristiano o socialista, la laurea era solo un pretesto. Oggi le raccomandazioni non sono finite, anzi, ma ci sono meno risorse, quindi i laureati devono confrontarsi con il mercato del lavoro che vede l'Italia fanalino di coda nelle professioni intellettuali, devono poi confrontarsi, in epoca di globalizzazione, con i giovani colleghi stranieri, forse meno forti sotto l'aspetto teorico ma più preparati per lavorare.

Non rimane che puntare sulla laurea come strumento di crescita personale, non strettamente legato alla possibilità di utilizzare quella laurea in modo tradizionale. In altre parole occorre sentire il famoso discorso che Steve Jobs tenne alla Stanford University nel 2005 (disponibile su Youtube), leggere la sua biografia (magari per completezza leggere anche “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”) e farsi così l'idea che i percorsi lineari e scontati non esistono più ed occorre fare un bell'esame di realtà ed un business plan, valutare il proprio grado di creatività, spirito di sacrificio e disponibilità al cambiamento prima di infilarsi in una situazione potenzialmente frustrante come le formazione universitaria.

Dedicare invece un tempo sistematico alla conoscenza, a coltivare se stessi nella cultura, secondo le proprie inclinazioni e le proprie possibilità, senza che ciò abbia un'immediata ricaduta utilitaristica.



8 Lavorare meno, per scelta o perforza, ridurre i consumi al minimo essenziale, scegliere di non abitare perforza al centro di una grande città, visto che il fiorire delle seconde case ha svuotato i piccoli Comuni, dove si possono trovare soluzioni abitative affascinanti e meno costose, con ritmi più rilassati e più tempo per coltivare se stessi. Non esiste solo la metropolitan way of life, adottata purtroppo anche nei piccoli centri.

9 Osservare e non subire le stagioni che cambiano, osservare ed assaporare i cambiamenti giornalieri della luce, dei suoni, degli odori. Rallentare quando viene sera e comunque quando siamo stanchi, senza violentare continuamente il nostro sé mantenendolo in uno stato di accelerazione permanente, incurante dei segnali del corpo e dell'ambiente.

10 Mantenere costante l'esercizio fisico, curare la postura, la respirazione. Non sono indispensabili le costose palestre.

11 Affrontare l'horror vacui. Talvolta viviamo un “tutto pieno” che ci permette di non pensare, di non sentire, di non sperimentare la paura del vuoto, dell'incertezza della vita e del futuro. Correndo, annaspiamo verso certezze che comunque non arrivano e bruciamo così il tempo che abbiamo a disposizione.

12 Rendiamo sacro ed importante ogni gesto della nostra vita, anche i più piccoli ed insignificanti. Apparecchiamo la tavola con cura, con amore, lentamente e con senso estetico. Prepariamo il cibo con calma e mangiamo lentamente.

13 Seguiamo al massimo un notiziario al giorno. I toni enfatici con cui vengono trasmesse le notizie, il martellamento mediatico, il catastrofismo sparato come colpi di mitraglia, l'illusione di poter avere sotto controllo gli eventi se consultiamo continuamente telegiornali e agenzie di stampa attraverso tv, smartphone o tablet non fanno altro che aumentare i livelli di ansia e depressione.

Disinstallate dagli smartphone tutte le agenzie di stampa e le notizie real time. A meno che non siate giornalisti che si occupano di cronaca, finanzieri o agenti di borsa non vi serve conoscere tutte le ore l'andamento delle Spread, vi viene solo angoscia e comunque non cambia nulla di sostanziale.

14 Godere dell'arte in tutte le sue forme, intesa sia nell'aspetto creativo contemplativo che nell'aspetto produttivo della tecnica. L'arte crea delle forme, come la natura, contemplare l'arte e creare delle forme è un processo naturale, non occorre essere Van Gogh, basta dedicarsi all'ascolto ed all'osservazione, alla fotografia, al cinema, alla musica, entrare in una chiesa del XIV secolo, oppure anche mettersi in grado di riparare un mobile, una finestra. Creare e contemplare. Il bello cura.

15 Rendere il viaggio parte della propria vita. Il viaggio è una dimensione interiore, come insegna I Vagabondi del Dharma, romanzo meno noto di Kerouac. Non sempre il viaggio costa, è possibile camminare, come insegnano i progetti come Camminare per conoscere. Siamo pieni di borghi, chiese, monasteri, riserve naturali, anche vicino a casa di ciascuno di noi. L'Italia potrebbe vivere di natura e cultura.

domenica 6 gennaio 2013


Sul perdere il lavoro…


In quest'articolo ci occuperemo delle persone che perdono il lavoro e sono già avanti con gli anni, diciamo dai 50 in poi.

Vedremo come la perdita del lavoro non sempre costituisca un problema di carattere meramente economico, ma coinvolga temi profondi riguardanti l'identità.

Vedremo come molte persone tra i 50 ed i 65 anni, per lo più uomini, potrebbero trarre vantaggio da una consulenza professionale che li aiuti a rivedere le loro vite, pur non necessariamente soffrendo di qualche forma di psicopatologia.

Iniziamo con il "lavoro". La Repubblica italiana è fondata sul lavoro. Così recita la nostra costituzione, in questi giorni oggetto di fine esegesi comica.



 A memoria personale, quindi a partire dagli anni '60 fino ai nostri giorni, la casta partitica dominante ha utilizzato il lavoro come la Chiesa cattolica utilizzava le indulgenze nel medioevo. Merce di scambio. 

Chi è stato giovane negli anni '70 ricorda come già il mercato del lavoro fosse drogato dalle raccomandazioni, dall'aspirazione ad entrare in un posto pubblico, dalla rete familiare su cui i più fortunati potevano contare. Lo sviluppo personale, professionale  e imprenditoriale, riguardava una minoranza di casi, minoranza per fortuna nutrita, ma pur sempre minoranza. 

Martin Lutero rovesciò il tavolino e pose fine alla vendita delle indulgenze; in attesa che arrivi il nostro Lutero, dobbiamo osservare che questa condizione, perdurante fino ai nostri giorni, ha creato in Italia uno scenario psicologico piuttosto particolare: da un parte chi ha il "lavoro" continua a considerarlo come un diritto inalienabile, con tutto il corteo di garanzie sindacali che ne consegue, chi non lo ha non gode di alcuna garanzia e chi lo perde si ritrova senza un pezzo di identità.

La psicologia individuale presenta  delle strutture invarianti che passano indenni attraverso epoche e contesti culturali. Altre strutture, come l'identità personale, invece risentono fortemente del clima culturale e di come vediamo "gli altri" rispecchiati in noi.

Vediamo come questa particolare condizione legata al lavoro ha influenzato la psicologia di ciascuno di noi. 

Il lavoro in Italia rischia di essere  percepito come un "favore" (da ripagare in maniera salata, con soldi o clientele) piuttosto che una condizione di possibilità che debba essere facilitata dal patto sociale che lo Stato incarna. Chi l'ha conquistato da solo, a maggior ragione, investe sul lavoro, proprio perché merce rara; chi l'ha ottenuto attraverso raccomandazioni o attraverso la rete familiare investe sul lavoro perché deve poi meritarselo, in altri casi si investe solo sul tenerselo stretto.

La generazione dei "baby boomers", le persone che oggi hanno tra i 50 ed i 65 anni, è cresciuta con l'idea del "Progresso", l'idea che le cose con il tempo miglioreranno sempre. 

I baby boomers hanno costruito la loro identità attorno all'orologio, sfruttando il tempo con il metodo di quel materialismo scientifico con cui hanno provato a fare la rivoluzione. Uomini e donne d'azienda, da attività imprenditoriale, impiegati pubblici con un altro lavoro in nero appena usciti dal ministero, per pagare il mutuo di una casa in un quartiere meno periferico di quello d'origine, per pagare l'università ai figli, la casa al mare o le rate della macchina, in altre parole per finanziare un benessere forse non essenziale.

Non era facile ottenerlo, ma una volta avuto il lavoro diventa fagocitante, l'identità si modella sul lavoro, non viceversa. Spesso le famiglie, gli affetti, la cultura, il benessere e l'esercizio fisico vengono sacrificati al lavoro, non tanto per senso di dovere ma perché è principalmente sul lavoro che l'identità viene a fondarsi.  L'azienda, l'attività imprenditoriale, la professione sono fonte di lamentele perché il rapporto con loro  è ambivalente, dipendiamo da loro e non ci piace, però non ne possiamo fare a meno. 

Il giovanilismo a tutti i costi che contraddistingue i "baby boomers" rende difficile adeguare i ritmi all'età che avanza: viaggi di lavoro interminabili, riunioni serali, ritmi da trentenne rampante. Anche la transizione cognitiva è totalmente negata. Siamo diventati più bravi ad avere una visione d'insieme, meno analitici e puntuali, la memoria a breve termine funziona di meno e facciamo sempre più fatica a "stare sul pezzo". Ma non importa, pretendiamo sempre le prestazioni da trentenne. La "visione d'insieme" comunque non funziona perché non ci prendiamo tempo per passeggiare, pensare, studiare, riflettere. Quando abbiamo finito con i figli subentrano subito i nipoti, per i quali diventiamo volentieri genitori a tutti gli effetti.

Quando il lavoro si perde, perché licenziati, perché l'attività non va più, la professione rende di meno o, per i più fortunati, perché andiamo in pensione, si spezza qualcosa di importante. Si spezza un sistema difensivo, un mostro autoreferenziale e fagocitante che ha pilotato le nostre vite.

E lascia il vuoto.

Ci accorgiamo che il nostro giardino nel frattempo è andato in malora e ci sembra un'impresa troppo grossa levare le erbacce, potare, zappare, riseminare ed innaffiare.

Per al prima volta nella vita abbiamo tempo, il tempo che abbiamo spesso desiderato, e non sappiamo cosa farci. 

Siamo abituati al tempo storico, progressivo, al prima e al dopo.

 Agostino d'Ippona già nel V secolo dopo Cristo sottolineava come il tempo fosse una costruzione cognitiva, una percezione dell'uomo e del suo intelletto imperfetto;  un bisogno di ordinare le cose razionalmente, attribuendo loro un prima e un dopo. Il tempo divino, secondo Agostino, è invece un eterno presente. Se Dio avesse un passato o un futuro sarebbe anche lui soggetto alle leggi del cambiamento, quindi non sarebbe Dio. L'Eternità è il presente.  



Abituato al tempo storico che scorre, chi perde il lavoro si trova finalmente in mano il tempo presente, il suo tempo personale. Paradossalmente il tempo diventa un angoscioso baratro senza fine all'interno del quale precipitare, perché il presente non ha mai avuto senso. 

Non ha mai avuto senso fermarsi ed assaporare l'attimo, usare il proprio tempo per contemplare. 

Ed il senso della contemplazione non si crea dall'oggi al domani. Solo fermandosi ad osservare se stessi ed il mondo si può cogliere la propria identità, quel vero sé ammantato dagli orologi, dal tempo storico, dall'identificazione con un lavoro ed un progresso sociale che di colpo si rivelano moneta falsa, che non può più essere spesa, carta straccia.



La depressione fa capolino, il corpo dà segnali negativi, conosciamo l'ansia dell' affrontare le cose, sentimenti forse prima sconosciuti o quantomeno silenziati.  L'unico modo che conosciamo per far fronte alla situazione è cercare di tornare a fare quello che facevamo prima, magari da un'altra parte.

Nel lavoro clinico ho avuto modo di osservare come sia difficile uscire da soli da questa sorta di sabbie mobili. Ho visto come molte volte occorra un percorso dentro di sé, un viaggio accompagnato, che aiuti ad imparare a tollerare il peso dell'eterno presente, imparare a considerarlo un 'opportunità invece che un baratro che lascia sgomenti, imparare ad abitare il tempo.

In un prossimo articolo vorrei invece occuparmi delle persone tra i 20 ed i 40 anni, che invece sembrano non aver più diritto ai loro sogni, ad un lavoro che rinforzi l'autostima, che costruisca un adeguato senso di sé.